La natura va osservata e poi rispettata: cosa fare

di Franco Viteleia (Num. Dicembre 2018)

Siamo al sesto appuntamento delle considerazioni su come funziona il sistema mare-spiaggia, e su come l’uomo può intervenire per modificarne a suo beneficio i movimenti.

Il quadro fin qui proposto non è incoraggiante.

Inoltre è stato rilevato il manifestarsi dell’erosione delle spiagge, seppure con intensità minore, anche nei paesi in cui l’impatto antropico sul territorio è stato modesto, per cui gli studiosi ritengono di dover attribuire parte delle responsabilità dell’arretramento della linea di riva all’innalzamento del livello marino che si sta verificando ad un tasso di circa 1-2 mm all’anno.

Cionondimeno bisogna porsi il problema di cosa fare abbandonando innanzitutto gli schemi del passato su interventi eseguiti in maniera totalmente disorganica per lo più dettati dalla necessità di intervenire per arginare il fenomeno erosivo locale in aree circoscritte.

Detti interventi di difesa, se da un lato sono riusciti a salvare chilometri di spiaggia, dall’altro hanno, generalmente, creato l’erosione accelerata nelle zone adiacenti provocando distorsioni nelle aree contigue non protette.

Si valuti a tal proposito il notevole arretramento del litorale di Città Sant’Angelo posto a Nord della foce del fiume Saline rispetto al litorale posto a Sud che presenta una spiaggia emersa e di esigua ma sostanzialmente stabile perché fortemente difesa.

Cosa fare dunque?

Sulla necessità di una legislazione urbanistica di tutela delle costiere e di interventi volti al recupero possibile del ripascimento naturale con adeguati piani di bacino non mi soffermo perché presumo che verranno negli altri interventi previsti.

Mi preme, invece, sottolineare l’importanza che la realizzazione di opere di difesa venga preceduta da approfonditi studi preliminari.

Lo studio di una spiaggia non può essere in genere limitato alla sola zona in erosione ma va invece esteso, per una più precisa valutazione del processo, a tutto il tratto di litorale interessato dalla dinamica a cui la spiaggia in erosione è soggetta.

A tale tratto di litorale si è dato il nome di unità fisiografica costituita da quella porzione di costa limitata, in modo che i fenomeni litoranei che in essa si sviluppano non siano influenzati dalle condizioni fisiche delle zone adiacenti né a loro volta le influenzano.

Il litorale di Pescara fa parte, per esempio, di una grande unità fisiografica naturale compresa fra la foce del Tronto ed il promontorio di Ortona.

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