LE VOLPI DEL DESERTO

   di Ermanno Falco – ricevuto a settembre

Questi ultimi bollenti mesi hanno registrato il consolidarsi di un fenomeno avviato da tempo: l’avvento nello scenario calcistico internazionale di nuove (aspiranti) potenze, in un’ottica di riposizionamento di assetti e gerarchie non più in base a tradizione, sapienza tecnica e coinvolgimento sociale, bensì ad esclusivo effetto del denaro, vile quanto si vuole, ma assurto pacificamente a condizione indispensabile di gestione e sviluppo.

Per la verità la storia non è nuova e tra l’altro è comune a tanti altri sport, penso al ciclismo, alla pallacanestro, al rugby, ove da tempo si assiste ad una ostinata e costante ricerca di espansione geografica di interesse, nella lucida consapevolezza che solo una estensione ecumenica di organizzazione e passione possa garantire, grazie alla fluida e continua circolazione di risorse economiche, futuro e prosperità a tutte le attività intraprese.

Per rimanere all’interno della dimensione calcistica ricordiamo che già agli albori di questo terzo millennio la Cina si prefisse di scalare il pianeta football attraverso onerose operazioni finanziarie che orientarono i più grandi gruppi industriali del Paese a sostenere massicciamente sia i club più importanti che la stessa Federazione nazionale. Tanti e prestigiosi furono i calciatori ed i tecnici europei e sudamericani che risposero alle sirene economiche del “Dragone”: tra gli esponenti del calcio italico basta ricordare l’esperienza di Marcello Lippi alla guida del Guanzhou Evergrande, di Alberto Zaccheroni al Beijing, nonchè, tra i calciatori più o meno agli esiti di carriera, dell’attuale sindaco di Verona Damiano Tommasi e dei vari El Shaarawy, Pellè, Diamanti, Gilardino e compagnia bella.

Tuttavia, dopo aver toccato l’apice intorno agli anni 2015-2018, da qualche anno a questa parte la parabola del calcio “mandarino” si è prima arrestata e poi ha accusato una brusca e rapida discesa in termini di investimenti e di interesse popolare.

Le ragioni sono molteplici e tra loro intrecciate e vanno da una riscontrata limitata propensione tecnico-agonistica dei giovani cinesi verso questo sport alla stretta finanziaria ordinata dal governo, da fenomeni di corruzione scoperti e perseguiti all’interno del sistema all’insorgenza primigenia del Covid che, come sappiamo proprio in Cina, è nato per poi propagarsi nel resto del mondo.

In epoca sportivamente preistorica (metà anni ’70) erano stati gli americani, da sempre notoriamente affamati del “business” derivato da sport e spettacolo, ad attrarre le stelle cadenti provenienti dal calcio che contava, cui non pareva vero chiudere le proprie sfavillanti carriere percorrendo comodi e redditizi viali del tramonto. Non solo “O Rey” Pelè, ma gente del calibro di Cruyff, Beckenbauer, Eusebio e del nostro Giorgione Chinaglia furono arruolati per tentare lo sbarco del calcio nel fantasmagorico “show business” a stelle e strisce, nella speranza di una forte implementazione di spettatori e conseguenti grossi guadagni diretti e indiretti.

Tutti sappiamo che l’operazione non riuscì: troppo radicate erano nell’animo profondo dei “gringos” altre discipline come il football americano, il basket, il baseball, per non parlare di sport individuali come la boxe, il tennis e l’atletica, né potevano bastare alla bisogna le pur cospicue attese delle colonie etniche di origine europea ed ispanica, come gli italiani e i latino-americani, in gran parte ormai assuefatti ai gusti sportivi del Paese che li ospita ormai da più di una generazione.

Risultato: fine del sogno e ridimensionamento drastico del fenomeno “soccer”, plasticamente certificato dai modesti risultati di una nazionale U.S.A. che vivacchiò stancamente fino al 2002, quando senza che nessuno se lo aspettasse arrivò ai quarti di finale dei per noi italiani disgraziatissimi mondiali di Corea e Giappone.

Da allora il calcio statunitense ha saputo riprendere una marcia che si è rivelata più accorta ed equilibrata, in grado di coinvolgere e far crescere atleti e tecnici autoctoni, con risultati assai apprezzabili, tanto che attualmente la nazionale occupa l’undicesima posizione nel ranking FIFA.

Ma poiché la progettualità espansiva dei vertici internazionali, sempre più sorretta da interessi finanziari, mediatici e politici, non poteva arrendersi di fronte a questi mancati successi, era inevitabile che venisse individuata una nuova appetibile sponda in Paesi di incolta tradizione pallonara, come quelli della Penisola Araba, cui la produzione di petrolio garantisce disponibilità finanziarie praticamente infinite, con popolazioni, per di più, ancora vergini quanto a seguito sportivo di massa, nonché caratterialmente predisposte ad abbracciare con entusiasmo un gioco che richiama loro ancestrali tattiche di guerra.

Nel mondo arabo lo sport è ancora complessivamente una suggestione aspirata e la sua dimensione spettacolare può fungere da innesco perfetto per una esplosione di praticanti in grado di facilitare la conoscenza e il dialogo con altre sensibilità e culture.

Lo sport si conferma dunque formidabile armonizzatore di diversità ed auspicato moderatore di frizioni tra popoli che magari si guardano da tempo in cagnesco, in nome del comune denominatore dell’ammirazione del sacrificio fisico, del gesto atletico e dell’abilità spesa a superare l’avversario secondo le regole stabilite e rispettate.

Risultato: stiamo assistendo da qualche anno ad un vertiginoso aumento di investimenti di capitali generati dall’oro nero che ha già segnato tappe importanti quali l’acquisizione di storiche società di vertice del calcio europeo come il Paris Saint Germain, dal 2011 proprietà di un fondo d’investimento qatariota, il Manchester City, comprato e gestito dal 2008 dal gruppo degli Emirati Arabi Uniti impegnato nella gestione della compagnia aerea Ethiad Airwais ed il Nawcastle, che da quando nel 2021 è passato nelle mani del fondo saudita Public Investment ha finalmente raggiunto quella solidità economica che permette ai bianconeri inglesi quantomeno di stazionare senza patemi nella massima serie del proprio Paese.

L’assenza dell’Italia alla fase finale dei mondiali 2022, la seconda consecutiva dopo quella di Russia 2018, ha comportato anche la mancata occasione di partecipare alla prima Coppa del Mondo disputata in Medio Oriente, ovvero in un Paese arabo che attendeva la squadra azzurra con fervido interesse, certo molto maggiore di quello provato per altre squadre che lì hanno avuto l’onore e il merito di esserci.

Torneo storico, quello qatariota, svoltosi in una nazione che prima di allora si era aperta allo scenario sportivo internazionale solo per il Gran Premio di Formula 1 e per le gare del motociclismo mondiale, manifestazioni peraltro di assoluto rilievo che solo in un passato recente si erano affiancate a tradizionali attività competitive, non proprio segnatamente sportive, come la falconeria e le corse e i concorsi di dromedari, nobilissimi cimenti che stanno a cuore a tutti gli arabi sin da epoca preislamica.

Si può perciò dire senza tema di smentita che la buona riuscita di Qatar 2022 abbia dato la stura ad una frenetica accelerazione dell’”innamoramento” arabo per il calcio attraverso una strategia che punta ad innalzare il (modesto) livello tecnico delle diverse rappresentative e campionati nazionali, con conseguente crescita della loro rilevanza mediatica.

A tale scopo vengono sempre più frequentemente ingaggiati campioni dall’illustre passato e dall’ancora cospicuo presente, gente da cui oggi si pretende un impegno che vada ben oltre una onesta chiusura di carriera e specie in questo 2023 le attenzioni di emiri e sceicchi sono sembrate concentrarsi in modo particolare su quelli che il buon Nicolò Carosio, al tempo della tv dei precordi, chiamava “Moschettieri”, come dimostra l’arruolamento di due illustri protagonisti azzurri che solo fino a qualche settimana fa parevano saldamente legati l’uno alla panchina e l’altro alla regia in campo della nazionale tricolore.

Ci riferiamo ovviamente all’ex Commissario Tecnico Roberto Mancini ed al nostro compaesano (tra abruzzesi si dice così) Marco Verratti, primattori assoluti, ciascuno per la propria parte, di una lunga stagione azzurra che si è andata dipanando a fasi alterne tra momenti esaltanti come l’inaspettato titolo europeo in riva al Tamigi e l’incredibile “débâcle” di Palermo contro la Macedonia del Nord che non ci ha fatto partire per Doha.

Ciò che ha sconcertato gli sportivi ed alimentato un oceano di polemiche anche fuori dagli addetti ai lavori è stata la TEMPISTICA dell’addio del “Mancio” alla panchina azzurra:

-venerdì 4 agosto 2023: con un comunicato ufficiale la Federazione Italiana Giuoco (civettuola, quella u, fa tanto “rètro”…) Calcio comunica con tono addirittura enfatico il nuovo assetto di tutte le Nazionali maschili, la cui responsabilità, in soldoni, viene concentrata nelle mani di Mancini estendendosi dalla rappresentativa maggiore alle Under 21 e 20, in un contesto di piena integrazione con i settori giovanili, alla cui guida viene riconfermato Maurizio Viscidi, tra l’altro già passato attraverso una non esaltante esperienza sulla panchina del Pescara nella remota stagione 1997-’98;

-domenica 13 agosto: come un fulmine a ciel sereno (passatemi il riuso della banale espressione apparsa inflazionata su diversi organi di stampa) deflagra la notizia delle dimissioni del tecnico jesino, sui cui motivi si scatena un’orda di supposizioni quali la ferita ancora aperta dei mondiali saltati, la stessa riorganizzazione degli organici che apparentemente ne aveva rafforzato il ruolo ma che poi in pratica gli aveva tolto alcuni dei suoi collaboratori più fidati, fino ad adombrare una ormai non più sopportabile stanchezza, accompagnata da irritazione, per la perdurante penuria di talenti su cui contare per avere risultati a livello internazionale;

-domenica 27 e lunedì 28 agosto: annuncio e presentazione ufficiale del tecnico marchigiano come nuovo C.T. dell’Arabia Saudita, a conferma di quella che era più di un’indiscrezione circolante dal giorno stesso delle dimissioni.

Quasi in contemporanea si svolgeva la vicenda del nostro Marco Verratti, un campionissimo che in Italia abbiamo visto in campo solo qui a Pescara quando, giovanissimo ma già talentuosissimo virgulto della Valpescara ingegnosa e tosta, venne battezzato da Zeman regista e testa pensante di una squadra che aveva la fortuna di contare su ragazzi di belle speranze come Ciro Immobile e Lorenzo Insigne.

A luglio 2012, non ancora ventenne, Marco sbarca sulla Senna e lì rimane per ben 11 anni fino a quest’estate, quando il nuovo trainer del Paris Saint Germain, lo spagnolo Luis Enrique, che ricordiamo allenatore della Roma nella stagione 2011-2012, senza tanti riguardi gli notifica la sua sentenza di condanna: “Con me non giocherai mai!”

Un feeling giunto da tempo ai titoli di coda, quello tra l’emigrante (di lusso) abruzzese e la “Ville Lumière”, per tanti, troppi motivi, ma sostanzialmente perché uno che sta in un posto per tanti anni sente per forza di cose il bisogno di aprirsi a nuove esperienze, pena l’appannamento di abitudini e rapporti che si ripetono monotonamente uguali e via via più sfilacciati.

Anche l’aereo di Verratti è volato verso la Penisola culla dell’Islam: non in direzione del Regno Saudita, però, ma verso l’ambizioso Qatar che, come abbiamo detto, ha saputo in qualche modo vincere la difficile scommessa ospitando al meglio uno dei massimi e più prestigiosi avvenimenti sportivi del mondo.

E allora, vogliamo ancora perdere tempo ad indagare le cause dei sorprendenti mutamenti di scenario di una recita che per perpetrarsi deve per forza cambiare teatro per non restare a corto di spettatori e nel contempo individuare un denominatore comune di queste similari storie di facoltosi e riveriti “migranti” sportivi?

Oggi più che mai a comandare sono gli enormi interessi economici e le corrispondenti disponibilità finanziarie di dimensione planetaria di potenti lobbies che si prefiggono di implementare la propria ricchezza utilizzando nel modo più proficuo il mondo dello sport. Gruppi ambiziosi e potenti alla continua ricerca di nuove frontiere ed inediti scenari dove collocare un gioco al tempo stesso semplice e complesso che ha necessità di rinnovarsi di continuo per restare quello che è sempre stato: un moderno, efficace attrattore di entusiasmi e speranze in grado di lenire i disagi e le inquietudini del vivere quotidiano.

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