Lo spazio dell’arte: Eraldo Zecchini

Lo spazio dell’arte: Eraldo Zecchini

di Tonino Bosica

Ringrazio la redazione tutta per il benvenuto ricevuto. Un grazie particolare al direttore Mauro De Flaviis per la fiducia accordatami e per lo spazio messo a disposizione. Per parlare dell’unica cosa di cui mi sono sempre interessato, dell’arte con tutte le sue sfaccettature, degli artisti e la loro sensibilità, del sistema dell’arte odierno, stravolto in questi ultimi venti anni. Ma l’arte ha di per sé una lunga tradizione, ha un linguaggio universale che accomuna tutti i popoli. La storia ci insegna, attraverso testimonianze da oltre cinquantamila anni, che l’uomo artista ha sempre sentito il bisogno di rappresentare sé stesso e quello che lo circondava. Motivo in più, per raccontare non solo di artisti nati o che vivono a Montesilvano, ma di artisti che di volta in volta posso trovare in Europa, in America, In Russia, in Africa o in Australia. L’importante è che abbiano in comune il filo della creatività e dell’originalità.

In questo numero vi presento ERALDO ZECCHINI, nato a Sulmona nel 1930 e vissuto a Milano per un lungo periodo. Successivamente, ormai da quarant’anni, ha scelto di vivere a Montesilvano al confine con Pescara. Ingegnere di formazione, imprenditore, quando ha deciso di smettere i panni dell’imprenditore non ha venduto l’azienda ma l’ha regalata ai suoi dipendenti!

Autodidatta in pittura, partendo da una rappresentazione della natura, man mano è approdato a una astrazione di sintesi. Ha lavorato appartato, producendo migliaia di opere, restando fuori dai circuiti ufficiali e dando, a mio avviso, un grande contributo all’arte contemporanea. Mi ha confessato aver rubato a volte tempo al lavoro per dipingere. Io ritengo invece che il lavoro abbia rubato tempo all’arte. Ha preferito lavorare per cicli, memorabili quelli dedicati a Burri e a Morandi. Devoto a San Francesco, lo ha omaggiato con una serie di opere a lui dedicate ed eseguite su tela di juta, come il saio indossato dal poverello di Assisi. La sua prima mostra personale risale al 1974 presso la Galleria Verrocchio di Pescara. Ne sono seguite altre, sia in Italia che all’estero, sempre documentate da catalogo. La corposa monografia, curata da Andrea Romoli Barberini, arriva nel 2005 in occasione dell’antologica al Palazzo Malaspina di Ascoli Piceno, in doppia versione, inglese e in italiano, edizioni Sigraf. Tantissimi i riconoscimenti ottenuti e le partecipazioni a rassegne di alto livello. È presente in vari Musei di Arte Contemporanea. Parecchie riviste specializzate, a distribuzione nazionale, hanno dedicato servizi e interviste sulla sua arte e la sua creatività.

L’opera qui riprodotta, fa parte del ciclo Le Pieve, superba facciata di Cattedrale (io preferisco chiamarla così) che si erge in modo possente in uno spazio aperto, non definito. Uno spazio mentale, metafisico-spirituale. La struttura compositiva ha sintesi, armonia e bellezza. Astrazione geometrica certamente, ma anche incredibilmente lirica. Un lirismo che connota tutte le opere di Zecchini e non solo il ciclo suddetto. Una visione originale. L’uso della china, dell’oro e i colori dell’affresco rendono questo lavoro prezioso. La perfezione esecutiva però non deve distrarci dalla sostanza del pensiero. Se alziamo lo sguardo nella parte alta notiamo due mani che indicano il cielo, un invito a entrare in un mondo “altro”. Un magico universo che sta oltre la facciata. Un messaggio per farci chiedere ancora chi siamo e quale mistero si celi dietro la nostra esistenza.

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