Donatella Di Pietrantonio: “dico alle ragazze di credere in ciò che loro più piace, in ciò che fa battere il loro cuore”

l’incontro con borgo marino a Pescara è stato un incontro folgorante”

 

di Gabriella Toritto (pubblicato sul numero di maggio 2021)

 

Abbiamo intervistato Donatella Di Pietrantonio, dentista pediatrico, scrittrice abruzzese, originaria di Penne, vincitrice di numerosi premi, fra cui il Premio Campiello 2017, con il romanzo “L’Arminuta”, ora candidata alla LXXV edizione del Premio Strega con “Borgo Sud”.

Tutti i romanzi della scrittrice hanno come comune denominatore la famiglia patriarcale di un Abruzzo arcaico, ancora esistente nelle zone dell’entroterra, rude nelle sue manifestazioni affettive, relazionali: la famiglia del padre-padrone, dove le donne e i figli soccombono, dove anche il genere maschile non ha la meglio, almeno in quei ceti sociali meno abbienti in cui è considerato animale da soma.

Preminente nei romanzi della scrittrice è la relazione con la figura materna: la madre, narrata sempre come sofferta nello spirito e nella carne. La madre, da cui non si riesce mai a recidere il cordone ombelicale, è raccontata sofferta nella carne nel momento del declino vitale, quando in età avanzata malattie invalidanti alienano la coscienza, la vigile consapevolezza del proprio essere e del proprio agire. La madre è vissuta sofferta anche nello spirito, quando il destino le impone di affrontare le grandi prove della vita, fra esse la più lacerante dell’esistenza umana: la straziante perdita dell’affetto più caro, un figlio, carne della propria carne, a cui non si vorrebbe giammai sopravvivere.

“Mia madre è un fiume” e “L’Arminuta” ne sono la rappresentazione più forte, commovente e profonda.

Nelle opere della scrittrice attorno alla famiglia ruota tutto un mondo, come nei romanzi del verista Giovanni Verga. E, come nella produzione letteraria di Verga, anche in quella di Donatella Di Pietrantonio, “l’ostrica” che prova a staccarsi dallo “scoglio” (ovvero dalla famiglia, dalle tradizioni imperanti) rischia di “perdere” la propria esistenza. Ne costituiscono un esempio personaggi come Adriana, Rafael, Vincenzo. Diversamente dai romanzi del “ciclo dei vinti” di Verga, scritti tuttavia circa due secoli fa, in quelli della scrittrice abruzzese esiste una possibilità di riscatto sociale che va ricercata nella scuola, nell’amore per lo studio che forgia la mente e lo spirito, li allena, li disciplina e consente di disporre di strumenti per il conseguimento di una solida formazione culturale, utile per “navigare” attraverso le acque tumultuose della vita.

Nei romanzi della scrittrice Di Pietrantonio sono presenti le espressioni parlate, dialettali, che rendono più realista la narrazione, e le durezze della terra d’Abruzzo, rurale ed arcaica insieme, rappresentata nelle tragedie di Gabriele d’Annunzio. In quelle durezze, riferite dalla Scrittrice, si ravvisa un tormentato lavoro d’introspezione, come in “Borgo Sud”.

Nei romanzi della scrittrice c’è tutto questo e molto altro. La narrazione si sviluppa anche attorno alla relazione affettiva e competitiva fra fratelli, relazione che costituisce un perno per la crescita affettiva e cognitiva dei personaggi. Si incontra in più di un romanzo la presenza di una sorella di nome Adriana, archetipo di quella figura femminile che non si emancipa attraverso lo studio, che, per destino, per scelta personale o per imposizione altrui, resta legata ad un retaggio che condanna, o che, per ribellione, “trasgredisce” e si condanna allo stigma sociale.

In tutta la produzione letteraria di Donatella Di Pietrantonio, l’opera vincitrice della cinquantacinquesima edizione del Premio Campiello 2017, “L’Arminuta”, è un romanzo completo sia dal punto di vista stilistico sia dal punto di vista contenutistico. È un romanzo neorealista, neoverista per eccellenza. Tutti i romanzi della scrittrice Di Pietrantonio affondano le proprie radici, la propria narrazione nella cruda realtà di un Abruzzo rurale che ormai è quasi scomparso. “L’Arminuta” ha peraltro una matrice didascalica, pedagogica che dovrebbe indurre gli adulti a una doverosa riflessione: i bambini sono da rispettare. L’Arminuta è la figlia adottiva che poi ritorna nella famiglia d’origine; è la figlia che cresce spiritualmente, umanamente e culturalmente e che, rispetto alle sue coetanee, si proietta in un mondo più libero, meno soggiogato da tradizioni superflue e vincolanti. Il romanzo narra a piene mani l’abbandono, e lo smarrimento, il dolore profondo e la perdita dell’identità che l’abbandono comporta.

  1. L’ultimo Suo romanzo, candidato al Premio Strega, è “Borgo Sud”, ambientato a Borgo Marino di Pescara, un’enclave (potremmo dire) della città di Pescara. Quale fatto, realmente vissuto, l’ha ispirata?
  2. Borgo Marino e l’incontro con i suoi abitanti sono successivi all’idea del romanzo che avevo già bene in mente. Così come chiari erano nella mia mente ciò che volevo narrare e i personaggi. Cercavo tuttavia un’ambientazione nuova, giusta, soprattutto per la vita adulta di Adriana. Volevo spostarla dal paese e portarla in città, a Pescara. Naturalmente Adriana non era per gli ambienti borghesi della città di Pescara, non era un personaggio da centro, da vie dello shopping. Aveva bisogno di una collocazione popolare, pulsante e così, girando in cerca di un luogo adatto per lei, mi sono imbattuta nel Borgo Marinaro di Pescara sud che non conoscevo assolutamente. È stato un incontro folgorante. Sono stata accolta con autentica ospitalità dalle donne, soprattutto, ma anche dagli uomini di Borgo Sud. Ho conosciuto un mondo che mi era del tutto estraneo. Ho trovato quello fosse il luogo giusto per Adriana. Dopodiché non ho attinto se non in minima parte dai racconti di quel borgo. Fra essi c’è il riferimento ad un incidente occorso a Rafael: lo speronamento di una nave. Ci sono certe tradizioni del Borgo, come ad esempio quello delle donne che la mattina di San Giovanni vanno a bagnarsi nell’acqua del mare. Peraltro quest’ultima tradizione mi è stata raccontata da una giornalista, non dalle donne di Borgo Marino. “Borgo Sud” è un’ambientazione importante ma non decisiva nella stesura del romanzo. L’abbozzo e l’idea del romanzo erano in una fase già avanzata.

 

  1. Che cosa Le ha lasciato nell’anima Borgo Marino di Pescara?
  2. Mi ha lasciato tantissimo. Ho trovato delle relazioni vere, così come vere sono le persone che ho incontrato. Borgo Sud è un quartiere popolare, come lei ha detto è un’enclave. Io lo definisco un paese dentro la città, un paese che vive con ritmi suoi, autonomi, diversi e forse più umani. Vi ho incontrato tanta umanità, tanta verità. È un posto in cui l’esistenza è molto condizionata dalla vita del mare. Nel bene e nel male. Lo è la vita degli uomini che fanno un lavoro molto duro ma anche bellissimo. Lo è quella delle donne che hanno una grande responsabilità: tenere nelle loro mani le famiglie, le case, tutto il quartiere, mentre i loro uomini, mariti, padri, fratelli, figli, sono in mare. Le donne sono le vere custodi del quartiere e vivono nell’assenza degli uomini. Con le persone incontrate a Borgo Sud sono rimaste relazioni vere. Si tratta di persone che sento ancora. Appena possibile, tornerò a trovarle. Ci sono persone come Isolina, da poco scomparsa, donne anziane che costituiscono la storia del Borgo. Sono le madri di tutti e per tutti, figure di riferimento per l’intero quartiere, che hanno una loro autorevolezza.
  1. Borgo Sud”, ideale per un’ambientazione cinematografica, è un romanzo che dal punto di vista sintattico e narrativo si divide in due parti. La prima parte ricorda Italo Svevo. A tratti si è di fronte ad un monologo interiore che sembra un flusso di coscienza. In essa la sintassi è faticosa, ermetica, a volte interrotta, spezzata. Si avverte un lavorio introspettivo travagliato. La seconda parte torna ad essere romanzo neoverista. Sembra quasi di avvertire in “Borgo Sud”, rispetto agli altri romanzi, uno stacco, un salto. Lei che cosa ne pensa?
  2. Mai deliberata la modalità di scrittura. Per me la scrittura è atto creativo. È il mio modo di rispondere ad un’urgenza che avverto dentro di me. Non penso mai in quale filone narrativo, in quale solco della tradizione letteraria inserirmi. Quello che mi appartiene come modalità narrativa è una sorta di flusso di coscienza. Certamente accolgo con gioia ciò che mi viene detto dopo, ciò che mi viene detto come collocazione della mia scrittura. Mentre scrivo tuttavia non ci penso. Anche qualcun altro mi ha detto che c’è stato uno scatto con “Borgo Sud”, per esempio nella definizione dello stile, della lingua, ma io non me ne sono accorta. Credo che nella vita, nella storia di uno scrittore ci sia un’evoluzione naturale, ci sia anche un portare alle estreme conseguenze quella che è una direzione della propria scrittura. Per esempio se torniamo al dato di fatto che io abbia una scrittura scarna, di sottrazione, una scrittura scevra da ciò che per me è superfluo, sicuramente in “Borgo Sud” questo è portato all’estremo.

 

 

  1. Qual è il romanzo che Lei, dottoressa Di Pietrantonio, sente più vicino alla Sua anima, che ama maggiormente fra tutti quelli finora scritti?
  2. Sempre l’ultimo. Se me l’avesse chiesto tre anni fa avrei detto “L’Arminuta”. Ancor prima avrei pensato a “Bella mia”. È sempre l’ultimo quello più caro poiché il legame con l’ultima opera rimane a lungo. I romanzi, le proprie opere sono come “creature”. È molto lento il processo di ritiro dell’investimento emotivo sulla storia, sui personaggi, sui temi trattati. Non accade la separazione tra l’autore e l’opera all’indomani della consegna del romanzo all’editore o ai lettori. Il legame persiste per molto tempo ancora. Pertanto per me l’opera più cara è sempre l’ultima. I miei romanzi sono per me come figli. Così l’ultimo, come i figli, quello più piccolo, è il romanzo a cui sono più legata.
  1. Poiché nei Suoi romanzi Lei, Dottoressa, affronta temi eterni come la precarietà dell’esistenza umana, il dolore, la fatica di vivere, e tratteggia il ruolo della donna nella società di un tempo, quale suggerimento desidera dare alle giovani generazioni, soprattutto a quelle femminili, che si affacciano alla vita?
  2. In generale, e in particolare alle ragazze, auguro di credere in quello che più le appassiona, di crederci da subito e questo lo dico facendo dolorosamente riferimento alla mia esperienza, alla mia storia personale. Se a 19 anni avessi creduto alla possibilità di avverare il mio sogno, quello di diventare scrittrice, avrei avuto più coraggio anche nella scelta degli studi universitari. Mi sarei iscritta alla Facoltà di Lettere o avrei cercato di entrare nel mondo del giornalismo che pure mi interessava tantissimo. In quel periodo della mia vita mi sono avviata verso una professione più rassicurante, anche più comprensibile per la mia famiglia che era una famiglia contadina, che ha fatto molti sacrifici per farmi studiare. Adesso, a distanza di molti anni, non rinnego ciò che ho fatto. La mia professione mi ha dato molte soddisfazioni soprattutto dal punto di vista umano: il contatto con i pazienti, con i bambini è stato molto appagante per me. Dopo tanto tempo, però, mi dico che, se avessi avuto il coraggio di inseguire le mie passioni, avrei a questo punto scritto dieci romanzi. Quindi dico alle ragazze di credere in ciò che loro più piace, in ciò che fa battere il loro cuore. E, quando altri diranno loro di scegliere ciò che il mercato del lavoro richiede, di non crederci. Se dentro di loro hanno una passione che brucia, che consuma, troveranno il modo per renderla redditiva, di vivere per quello che profondamente li muove. Lo studio tuttavia va coltivato comunque, sia a livello istituzionale sia a livello personale. Occorre coltivare sé stessi attraverso lo studio, in particolare attraverso la lettura che per me è stata un dono della vita, una possibilità di trovare me stessa attraverso le parole scritte dai grandi autori. La lettura costituisce grande arricchimento e la possibilità di trovare sé stessi, di ritrovarsi, di identificarsi. La lettura per me è molto importante. Mi rendo conto che le giovani generazioni dispongono di una tecnologia tra le mani che li porta a vivere in modo molto veloce e ad avere esperienze precoci. Tutto questo noi adulti non possiamo eliminarlo, né ridurlo. Suggerisco comunque ai giovani di lasciarsi uno spazio, del tempo per la lettura, per la lentezza della lettura, perché è importante porre le basi delle persone che un giorno diventeranno, che saranno. In particolare la lettura da giovani è un’esperienza di vita che entra nella formazione dell’individuo. Se ripenso alla mia vita di lettrice, mi accorgo che le letture più intense, più appassionanti, più formative sono state quelle del liceo perché poi da adulti si diventa lettori più smaliziati, anche più cinici e la lettura perde quel potere trasformativo che ha negli anni giovanili. Bisogna dunque approfittare e leggere molto da giovani.

L’intervista finisce qui, alla quinta domanda. Saluto la nostra bravissima scrittrice Donatella che continua il suo viaggio per importanti destinazioni professionali. La ringrazio per l’attenzione che ha voluto riservarci e mi permetto di farle notare che il numero 5 le porta bene: cinquantacinquesima e settantacinquesima … edizione. Lo ricordi, Dottoressa!

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