Tasse

di Pasquale Sofi

In Italia esiste una vera e propria idiosincrasia nei confronti delle tasse; un ostracismo che potrebbe trovare giustificazione in una consapevole ricezione di servizi decisamente scadenti da parte dello Stato. Il lamento per il caro tasse è ormai unanime anche in virtù di una costante propaganda politica iniziata con i governi Berlusconi e proseguita con un crescendo, quasi rossiniano, per lo più da tutti i partiti oggi presenti in Parlamento. Ma se il Cavaliere nazionale, che a suo dire aveva deciso di scendere in campo per difendere le proprie aziende, aveva un interesse ben tangibile, gran parte del resto della popolazione nazionale si è accomunato in una cultura che è divenuta ormai seconda solo a quella generata dalla paura del diverso. Infatti la persistente propaganda leghista ci somministra quotidianamente attraverso stampa e telegiornali notizie spesso di scarsa rilevanza, ma a cui si riservano enfasi inutili ed esagerate. Un esempio? È del 23 ottobre 2019 la notizia, riportata dal TG1 delle 13,30, che in un paese della Francia, uno squilibrato ha allertato la polizia transalpina per avere scritto sui muri di un supermercato frasi in lingua araba. Domandiamoci quale incidenza può avere in Italia una simile notizia, che scomoda addirittura il TG1, se non quella subliminale di diffondere paure?

Tornando alle tasse e ascoltando il lamento, quasi unanime, che si leva da ogni parte della penisola si dovrebbe desumere che i più tartassati della terra albergano nel nostro Paese; solo che da una rilevazione dell’OCSE, Organismo Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, emerge che nel vecchio continente Francia, Danimarca, Belgio, Svezia e Finlandia esercitano una pressione fiscale più alta della nostra.  Con la differenza, però, che nessuno di questi paesi ha il debito pubblico gigantesco che abbiamo noi e che annualmente ci costa quasi settanta miliardi di euro di soli interessi, ovvero l’equivalente di tre finanziarie. In verità gli interessi sul debito negli ultimi anni li sta pagando nel silenzio generale, il centro-sud al quale, da diverso tempo ormai, non vengono corrisposte somme annue per sessantuno miliardi di Euro, come denunciato dalla stessa UE.

Ma quali sarebbero le conseguenze di una decisa diminuzione delle tasse? Più soldi nelle tasche degli italiani, come ama dire Salvini? Oppure saranno altre le conseguenze? Certamente avranno più soldi gli italiani del nord che già oggi sono agevolati da una legge iniqua qual è il federalismo fiscale, che li favorisce vergognosamente e che aspettano avidamente l’autonomia regionale differenziata per averne ancora di più. Concorre a ben definire il quadro dell’esistente, accanto al debito pubblico, lo squilibrio infrastrutturale tra il nord e il sud del Paese, in virtù del quale il primo diventa sempre più ricco e avido, mentre il secondo arranca succube sia delle scelte politiche che dei luoghi comuni che non riesce a contrastare. Tutto ciò comporta il rischio concreto dell’emarginazione che andrebbe a equiparare i livelli dei servizi in gran parte del meridione a quelli del terzo mondo. Ovviamente con le tasse regionalizzate il centro-sud non avrà mai le risorse utili a ottenere quelle opere pubbliche che gli consentirebbero di ridurre, quantomeno, il divario con le regioni del nord. Così il disegno della Lega, nata per contrastare e impedire l’ascesa commerciale del Mezzogiorno d’Italia, si completerà quando il centrodestra a guida leghista tornerà al governo e potrà votare la succitata autonomia regionale differenziata. Ma questa, purtroppo, non è solamente un’operazione voluta solo dalla Lega in quanto nel centrosinistra, serpeggia la paura di perdere voti nelle regioni del nord che sono le più popolate del paese; infatti dopo un pallido approccio critico da parte di Leu tutto è tornato sottotraccia anche da quelle parti.

Ormai è palese che i vecchi schieramenti di destra e sinistra hanno abbandonato i vetusti canoni identitari che le storiche ideologie suggerivano, a favore di schieramenti meno prosaici e volti in difesa di interessi egoistici, anche se i tanti illusi e nostalgici si rifiutano ancora di leggere le verità dell’esistente.

Con l’attuale governo che sta cercando di proporre un’autonomia regionale più blanda, lasciando invariati i parametri del federalismo fiscale, cresce il timore che si stia riproponendo quanto avvenuto con la revisione del titolo quinto della Costituzione allorquando il governo D’Alema, cercando di anticipare gli eventi e per accattivarsi le simpatie leghiste, cominciò a varare una nuova legge costituzionale che il popolo italiano bocciò immediatamente. Il subentrante centrodestra berlusconiano portò a compimento quella revisione costituzionale che il giudice Raffaele Cantone, già presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, non esitò a definire criminogena.

Altrettanto criminogeno è continuare a governare il Paese gonfiando il debito pubblico con la disinvoltura di chi non ha a cuore l’avvenire dei propri figli. Perché questa strategia? E soprattutto a chi giova? Spendere con la certezza di sperperare non preoccupa nessuno, tantomeno quando esiste il paracadute della difesa dei posti di lavoro (al nord in particolare). Alitalia negli ultimi cinque anni ha mantenuto i suoi posti di lavoro, l’Ilva ne ha persi quattromila: sarà solo un caso? L’Ocse ha rilevato che l’Italia si trova in testa in una ipotetica classifica di chi ha speso più soldi per salvare aziende improduttive o sull’orlo del fallimento: ovviamente con i soldi dei contribuenti.

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