Il potere che rinuncia

 

di Marco Tabellione

    In un recente articolo sul Sorpasso affrontando l’argomento dell’autonomia regionale abbiamo sostenuto una tesi che tende a sfatare l’apparente contraddizione esistente tra autonomia e sovra-nazionalità. L’idea di fondo era che l’esigenza di autonomia a livello locale non contrasta affatto con le priorità di un governo sovranazionale, ad esempio europeo. In tutte e due le direzioni, quella sovranazionale e quella locale, sono piuttosto i tradizionali poteri centrali (statali e nazionali) che si troverebbero nelle condizioni di cedere parte della propria autorità, e si potrebbe addirittura dire “nella necessità” di cedere.

Se è vero, come è vero, che il modello dello stato nazione, a cui tanti politici italiani continuano a credere imperturbabilmente – la frase “prima vengono gli italiani e i problemi degli italiani” non solo sa di razzismo ma presuppone una visione limitata – ebbene quel modello imposto dai paesi europei a partire dall’Ottocento a tutto il mondo è destinato a essere superato. È un modello rigettato oggi innanzitutto dalla stessa realtà economica, che fa i conti ormai con una globalità da cui nessuno può prescindere. Dunque non si può continuare a considerare in maniera rigida la realtà dei confini nazionali, quanto piuttosto rendere questi sempre più dinamici, elastici potremo dire, pronti cioè a espandersi in altre realtà e soluzioni, capaci di considerare l’essere umano in generale, l’essere umano in quanto essere umano e non in quanto italiano, inglese e via dicendo.

Tutto ciò porta a riconsiderare sia l’idea di autonomia sia quella di unione, concetti come detto affatto contraddittori. E’ possibile, infatti, anche a livelli un tempo impensabili, dare vita ad unioni e a collettività comprensive – e creare di conseguenza armonia tra i poteri – e nello stesso tempo assicurare l’autonomia di questi poteri. Per capire tutto ciò occorrerebbe però rivedere l’idea stessa di potere statale e soprattutto di potere politico, e rivedere specialmente la tendenza irrefrenabile del potere a rigenerare sé stesso, e dunque a combattere ogni forma di riduzione della propria compattezza, sia che venga dal basso -si pensi al rapporto tra Stato e autonomie locali- sia dall’alto, come nel caso delle inevitabili tensioni che si creano tra Stato e autorità sovranazionali, come ad esempio l’Onu o quelli europei.

A questo proposito, il fatto che quella dell’Europa unita sia già una realtà la dice lunga sui progressi che sono stati fatti per una nuova visione della politica, tuttavia è evidente che occorre fare ancora molto di più. Lo scoglio più grande probabilmente deriva dalla concezione della politica come lotta, radicata come non mai nelle menti di tutti, e quello che accade in questi giorni in Italia ne è una dimostrazione perfetta. E lo è anche nel bene, visto che i tentativi dei Cinque Stelle di governare passano attraverso accordi con partiti estranei e non è un’ingenuità vedere in ciò il desiderio sincero di una politica diversa. Certo solo in un’ottica di un potere capace di rinunciare a sé stesso, cioè capace di agire come il potere politico, salve rare eccezioni (si ricordi Gorbaciov), non ha mai agito, si potrà sperare di realizzare anche nel concreto questa armonizzazione tra la sfera locale e regionale e quella sovranazionale.

Tutto ciò può essere affermato perché tutti i contrasti e le apparenti contraddizioni si svuotano rispetto al senso ultimo e forse unico di ogni forma di potere democratico, locale o globale, senso che dovrebbe riguardare innanzitutto il benessere dell’individuo, il che vuol dire benessere di tutti gli individui, nessuno escluso. Si badi bene, dell’individuo concreto e reale, e non di gruppi evanescenti o generici, come gli italiani, gli europei, gli abruzzesi, gli abitanti di Montesilvano. È proprio per acconsentire a questa esigenza, a questo significato ultimo che è l’individuo, proprio per questo ogni forma di potere dovrebbe farsi elastica, non sclerotica, per così dire liquida. Liquida, cioè in grado di aderire alle esigenze locali e a quelle non locali. E perché ciò avvenga occorre certo promuovere l’autonomia in un’ottica però globale, totale, potremmo quasi chiamarla autonomia empatica, tale da riuscire a riconoscere le esigenze sia a livello micro sia a livello macro.

Per concludere, vorrei citare due opinioni dell’ungherese Ervin Laszlo, uno dei maggiori esperti mondiali nella filosofia dei sistemi e nella teoria generale dell’evoluzione. Nel saggio L’uomo e l’universo edito da Di Renzo, Laszlo sostiene: “Non penso che l’idea di un’Europa unita sia accidentale o temporanea, ma sono convinto che in realtà faccia parte del processo evolutivo”. E poi: “Non credo che sia possibile in questi tempi rimanere in uno Stato con una struttura monolitica puramente uniforme e a un singolo livello; si deve diversificare tale struttura adattandosi alle realtà e possibilità contemporanee”. Ma ciò non sarà possibile fino a quando non si creeranno poteri capaci, come detto, di rinunciare a sé stessi.

 

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