Il collettore rivierasco

 

di Davide Pietrangelo

 

In un’immagine virale di Prima da noi.it una signora bionda arrivata nei pressi di fosso Mazzocco si interroga tra due cartelli sulla spiaggia.

Un cartello alla sua destra avverte che le acque non sono idonee e che è vietato fare il bagno. Un secondo cartello, pochi metri più a sinistra, informa, invece, che lì le acque sono eccellenti.

 

Mentre da anni ci sono cartelli che sulla base delle analisi Arta certificano acque eccellenti, da qualche giorno ci sono cartelli di divieto di balneazione, obbligatori per legge in prossimità di fossi e foce del fiume.

Il tragicomico contrasto tra i due cartelli è simbolo anche del tragicomico contrasto tra l’interesse a nascondere un problema e quello di risolverlo.

Il problema è nel collettore.

 

Il collettore rivierasco è un progetto finanziato da Cassa del Mezzogiorno circa 50 anni fa, affidato al Consorzio di Bonifica Vestina, il cui direttore era all’ epoca Lucio Pulini. Doveva essere per le sole acque bianche, ma ha praticamente trattato sempre acque bianche e nere. La definizione viene dal fatto che da via Arno prosegue sotto tutta la riviera fino alle zone tra Porto Allegro e la foce del Saline dove un impianto dovrebbe triturare gli scarichi e reindirizzarli verso il depuratore di via Tamigi. Dovrebbe, perché è dotato di uno scarico sul Saline che rilascia acque non trattate quando va in sovraccarico, tipicamente quando piove abbondantemente. La città è cresciuta enormemente in popolazione e negli anni si sono aggiunti al collettore anche gli scarichi della zona residenziale più a nord di Pescara. A fine anni ‘80 per reggere la pressione nei giorni di pioggia sono stati aggiunti fossi di scarico a mare (fosso Mazzocco vicino allo stabilimento Sund beach e fosso Cavatone vicino allo stabilimento La Riviera) che sempre nei momenti di sovraccarico rilasciano a mare acque non trattate. La città ha continuato a crescere in popolazione e se si escludono migliorie all’impianto di sollevamento a spese del Comune a fine anni ‘90, non ci sono mai state migliorie del collettore. Se era insufficiente trent’anni fa, figuriamoci oggi! Non solo. Se si esclude un piccolo intervento coi sondini tra le caditoie nell’ambito dei lavori per la pista ciclabile in epoca Gallerati, non ci sono mai stati nemmeno interventi di pulizia. Infatti, secondo l’ex sindaco, “i lavori per il nuovo pezzo di pista avrebbero potuto essere l’occasione per interventi di pulizia. La sabbia ormai ha creato un sedime solido che ostruisce in parte il collettore”.

 

La somma dei problemi fa sì che sotto la pressione delle piogge e della popolazione estiva, Montesilvano subisca a causa del collettore rivierasco insufficiente rilasci in mare di acque non trattate e allagamenti nella parte bassa della città.

 

La città sembra dibattuta fra due interessi contrastanti: quello di nascondere il problema, per non avere problemi col turismo, e quello di risolverlo per salvaguardare il bene comune e soddisfare la richiesta proveniente dai cittadini consapevoli.

Emblema del primo interesse sono la Sib Confcommercio e l’associazione montesilvanese “Alberghiamo”, che hanno diffidato Primadanoi.it per foto e articoli sugli scarichi diretti in mare.

Lo è anche l’Amministrazione che cerca di negare ogni problema pubblicando i dati ARTA che vantano risultati eccellenti, dati che stridono con quello che vedono i nostri occhi (rilasci sui fossi Mazzocco e Cavatone, acque marroni, schiume galleggianti, etc).

Emblema del secondo interesse è l’attività dell’assessore ai lavori pubblici Walter Cozzi che nell’ ultimo anno si è impegnato a spendere 120 mila euro per opere idrauliche in via Piemonte, 125 mila euro in via Maremma, 150 mila euro in via Emilia, 90 mila euro per una vasca di raccolta dell’acqua piovana con un sistema di pompaggio verso il collettore rivierasco a villa Verrocchio.

Lo è anche la nomina del neo assessore alle Politiche di efficientamento del sistema smaltimento acque Annalisa Fumo, e la riunione del 21 giugno tra i due assessori e il dirigente comunale Gianfranco Niccolò e il direttore tecnico dell’Aca, Lorenzo Livello.

L’ impressione però è che si agisca sui sintomi, gli allagamenti, e non sulla malattia, il collettore.

 

La competenza del collettore non è dei comuni ma del Consorzio, negli anni confluito in una unione di consorzi territoriali Area Centro. L’ente vive in carenza di fondi, ed è ferito da indagini e processi ai danni di alcuni suoi dirigenti. Ci sono anche cause in corso tra Comune e Consorzio per la competenza sulla manutenzione ed è quindi difficile immaginare ad oggi una collaborazione serena tra gli enti.

Secondo alcuni amministratori, dato che il Consorzio fa capo alla Regione, la situazione si potrebbe sbloccare con un finanziamento regionale straordinario per rimuovere uno strato di sabbia che oramai è talmente solido che non è più rimovibile con le semplici sonde, ma va rimosso con lavori più profondi.

Inoltre si potrebbe mettere in atto un vecchio progetto che prevedeva di prolungare le condotte di scarico facendole sfociare ad una buona distanza dalla costa.. La soluzione sarebbe la stessa adottata dal Comune di Rimini, che aveva analoghi problemi. Non garantirebbe che gli scarichi non terminino in mare, ma garantirebbe un impatto trascurabile sulle acque di balneazione.

 

Il 31 maggio 2018 la Corte di giustizia Ue ha imposto al nostro paese una multa forfettaria da 25 milioni di euro, più 30 milioni per ogni semestre di ritardo nella messa a norma di un centinaio di centri urbani e aree sprovviste di reti fognarie o sistemi di trattamento delle acque reflue. L’Italia era già stata condannata dalla Corte nel 2012 e deferita per la seconda volta dalla Commissione Europea per una procedura di infrazione cominciata nel 2004.

La colpa dell’Italia è quella di aver tardato ad attuare la direttiva europea 271/1991 ( notare che è di 27 anni fa!) che obbligava gli stati a scaricare a mare sole acque pulite.

Non chiediamoci soltanto quanto costi agire, chiediamoci anche quanto costi non agire.

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