Quaggiù il cielo è più vicino- parte prima

 

di Emilio Pirraglia

Parte Prima – Il sergente Bricco

Il mezzo corazzato procedeva a passo d’uomo lungo la strada polverosa, nel deserto assolato. La radio all’interno dell’abitacolo gracchiava ordini, l’ingresso in città era imminente. Il sergente Bricco guardava dal finestrino l’ambiente esterno, di tanto in tanto si voltava verso i compagni, e si asciugava il viso con la kefiah. Viaggiavano sul Lince dell’esercito italiano, uno dei mezzi di ricognizione più sicuri al mondo, almeno così gli era stato detto. Era la prima volta che il sergente usciva in ricognizione, da quando era in Afghanistan. Per radio avevano sentito l’ordine di entrare in città con cautela, il suo era il mezzo capofila di una carovana di tre Lince. Si trattava di sbrigare il compito più difficile, entrare per primi in una città dove pochi giorni prima c’erano state delle sassaiole contro un contingente statunitense ed era esploso qualche colpo di fucile. Il sergente non riusciva a smettere di pensare a che cosa ci facesse in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini, si ritrovò a guardare i piedi del compagno assegnato alla torretta e fece un sospiro di sollievo, almeno non doveva stare all’aperto. Gli scossoni erano continui, la strada era un colabrodo di crateri lasciati dalle bombe. In addestramento gli era stato detto che il Lince li avrebbe protetti anche in caso di mina anti-carro, non sarebbe stato più in grado di muoversi, certo, ma non li avrebbe fatti esplodere in aria, gli venne in mente il motto preferito dei carristi: “Mezzo fermo, mezzo morto”. Una mina anti-carro li avrebbe comunque bloccati e lasciati alla merce di un qualche gruppo armato, disposto a tutto pur di uccidere lo straniero invadente ed invasore. Quando la pioggia scroscia violenta sotto una capanna di legno, ecco quello che sembrò all’inizio. «Che cazzo succede Sordino?» gridò il comandante seduto accanto all’autista del veicolo. Il caporalmaggiore non poteva rispondere, era scivolato giù dalla torretta di guardia, con la faccia squarciata. Il rumore era assordante e gli altri soldati erano come pietrificati a guardare il loro compagno morto senza preavviso. Il comandante contrasse il viso, si guardò attorno, poi abbaiò: «Tiratelo giù e sgombrate la postazione!». Quelle parole diedero la sveglia ai militari. «Lei, Bricco – lo chiamò il comandante – si accerti che Sordino sia morto e salga in torretta!». Neanche lo avessero colpito in faccia con uno schiaffo in manrovescio. «Comandante, confermo morte del caporale Sordino» rispose Bricco dopo aver tastato il collo del compagno. Il veicolo si era fermato e i colpi dei proiettili si erano fatti meno frequenti. Il comandante si era quasi completamente voltato verso il sergente Bricco: «Salga in torretta!» ripeté. Gli altri soldati tenevano gli occhi sui fucili, pronti agli ordini. «Comandante, vede che cosa è successo a Sordino?» ribatté il sergente Bricco, con voce debole. Tutti sapevano che la torretta del Lince non poteva rimanere scoperta a lungo, ne andava della sicurezza dell’intero equipaggio: chi stava in torretta ingaggiava per primo battaglia, aveva l’arma più potente, avvistava prima i pericoli. Senza un uomo lì, il veicolo era in grave pericolo e il comandante lo sapeva. Le browning degli altri veicoli dietro di loro continuavano a vomitare bossoli, proteggendo il mezzo capofila, decapitato del rallista.

«Salga in torretta e faccia il suo dovere! – ripeté duro il comandante – Sapeva che questo non sarebbe stato un viaggio di piacere!».

«Vada lei» si limitò a rispondere il sergente.

Il viso del suo superiore si contrasse dalla rabbia, spiazzato dalla risposta negativa da parte di uno dei suoi uomini. Il caporalmaggiore Farina, compagno di sedile del sergente Bricco, sudava freddo. Se il compagno di squadra non fosse salito, sarebbe toccato a lui e da un momento all’altro si aspettava l’ordine dal comandante.

«Bene, sergente – continuò calmo il capo –. Se lei non sale oggi in torretta, si dimentichi per sempre mamma esercito. Sarà congedato e rimpatriato al più presto». Il sergente Bricco lo guardò smarrito. Ripensò a quando da ragazzino andava appresso alle pecore sulle montagne della Sardegna, a quanto era bravo a colpire con le pietre i garretti di quelle povere bestie quando non andavano nella giusta direzione. Una volta ne aveva azzoppata una da trenta metri, per vincere una scommessa, con un bel sasso di taglio. Si era buscato una decina di frustate dal padre. La prima volta che aveva avuto una ragazza era stato dopo un anno che si era arruolato, la prima volta che aveva visto dei veri soldi era stato un mese dopo che si era arruolato, la prima volta che si era sentito parte del mondo era stato quando un compagno gli aveva dato una sigaretta.

«Agli ordini comandante» disse con un filo di voce. Si allacciò l’elmetto e si mise la sciarpa bianca e nera sulla bocca, indossò gli occhialoni protettivi e lasciò il fucile. Si infilò su per la botola fin quando fu all’aria aperta, si accertò che il nastro di proiettili scorresse senza intoppi. Il veicolo riprese a muoversi e così gli altri a seguire. Il sergente sentiva il sudore scorrergli sotto la mimetica, e non solo per il sole che batteva forte in quella zona, o per il vento caldo che portava la sabbia che riduceva la visibilità. Capì da dove venivano i colpi. Un fabbricato sulla sua sinistra. Puntò la browning. Iniziò a sparare, anche gli altri rallisti puntarono sull’edificio. Pezzi d’intonaco e calcinacci andavano a sfracellarsi sulla strada in terra battuta. Lo scoppio fu assordante e una nuvola di fumo investì gli altri veicoli. Bricco tossì un paio di volte e si sistemò la kefiah sulla bocca e sul naso, anche se poté distinguere l’acre odore della polvere da sparo mista a carburante incendiato. Guardò alla sua sinistra e si accorse che il veicolo di coda era stato colpito. Probabilmente un RPG. Il mezzo era semidistrutto, il motore era volato sull’erba poco distante e la parte posteriore era completamente squarciata. Il corpo del rallista era anche lui riverso nell’erba. Sembrò di vedere un cenno. Strizzò gli occhi, e ne fu certo. Il rallista caduto faceva cenno con un braccio. Il sergente comunicò via radio che vedeva il rallista ferito. Questo significava dover scender dai veicoli e recuperarlo. Bricco capì da dove arrivavano i razzi RPG quando vide per un attimo una scia, che si abbatté come una stella cometa sul veicolo centrale. Si parò gli occhi d’istinto, poi cominciò a sparare nella direzione da dove provenivano le ostilità, distruggendo qualsiasi cosa, come la grandine che si abbatte su un frutteto. Gli arrivò l’ordine, distinto, di abbandonare il veicolo. Non se lo fece ripetere due volte. Abbandonò la postazione e recuperò il fucile. In pochi istanti furono tutti fuori dal veicolo, pancia a terra e con gli occhi bene aperti. Il caporal maggiore Farina si trovò dalla parte da dove venivano i proiettili, che ricominciarono a colpire il mezzo. Il comandante fece un cenno con la mano di seguirlo, a passo di leopardo. Aveva intravisto un muretto oltre l’erba, e poteva essere un buon nascondiglio provvisorio. Il caporal maggiore Farina non poteva raggiungerli e si mise al riparo sotto il mezzo. Proiettili iniziarono a fischiare intorno ai due uomini che cercavano di raggiungere il muretto. Provenivano proprio da quella direzione. Qualcuno stava sparando alla cieca, perché a volte i colpi cadevano vicini, a volte a qualche metro di distanza. I due uomini si fermarono cercando il da farsi. Intanto Farina piangeva sommessamente sotto il Lince. Il sergente Bricco aveva una granata. Non era in dotazione nelle uscite di quel genere, ma lui l’aveva avuta sottobanco da un commilitone. La innescò e fu come tirare una sassata a delle pecore. L’arma andò a esplodere esattamente dietro il muretto, i colpi di fucile cessarono. Il comandante guardò sorpreso Bricco, poi ripresero a strisciare nell’erba. Due bambini di non più di dodici anni giacevano dilaniati dietro quel muro.

Fine Parte prima

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