Gabriele D’Annunzio

di Gabriella Toritto

È stato definito «eccezionale e ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana […]». Fu un grande. E se al termine «grande» si collegano genio, carisma, straordinarietà, allora (come alcuni sostengono) D’Annunzio è stato il più grande italiano dopo Dante Alighieri.

Scrittore, drammaturgo, militare, politico, giornalista, patriota italiano, simbolo del Decadentismo, celebre figura della Grande Guerra, fu insignito del titolo di “principe di Montenevoso” nel 1924. Fu definito “il Vate”, “poeta sacro, profeta“, o “l’Immaginifico“. Svolse un ruolo importante nello scenario della letteratura italiana (1889-1910) e della vita politica (1914-1924).

Come politico segnò la sua epoca e influenzò gli eventi accaduti dopo di lui. Mentore di Mussolini, non si iscrisse mai al partito fascista sebbene lo abbia anticipato.

L’arte dannunziana incise sulla cultura di massa, condizionando usi e costumi nell’Italia del suo tempo.

Nacque a Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia borghese. Terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice, distinguendosi per intelligenza e vivacità. Dalla madre, Luisa de Benedictis, ereditò la fine sensibilità. Mentre riprese il temperamento sanguigno, la passione per le donne e la disinvoltura nel contrarre debiti dal padre, Francesco Paolo Rapagnetta, che acquisì nel 1851 il cognome D’Annunzio da uno zio ricco che lo aveva adottato.

Reminiscenze della condotta paterna sono presenti nel romanzo Trionfo della morte, nelle Faville del maglio e nel Poema paradisiaco.

Ebbe tre sorelle (Anna, Elvira, Ernestina) cui fu molto legato e un fratello minore, Antonio, direttore d’orchestra, che si trasferì negli Stati Uniti d’America dove perse tutto nella crisi economica del 1929. Gabriele lo aiutò finanziariamente con cospicui prestiti ma le continue richieste di denaro spinsero il poeta a rompere i rapporti e a rifiutare di incontrare il fratello al Vittoriale.

Gabriele fu ambizioso, competitivo, privo di complessi e inibizioni.  Nel 1879, sedicenne, mentre frequentava il prestigioso Convitto Cicognini di Prato, scrisse una lettera a Giosuè Carducci, il poeta più stimato dell’Italia umbertina. Sempre nello stesso anno il padre finanziò la pubblicazione della sua prima opera, Primo vere, una raccolta di poesie che riscosse immediato successo. Il libro fu pubblicizzato dallo stesso D’Annunzio con una fake news: fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l’effetto di richiamare l’attenzione del pubblico romano sul romantico studente abruzzese, facendone un personaggio discusso. Lo stesso D’Annunzio poi smentì la notizia.

Conclusi gli studi liceali, iniziò un’ascesa inarrestabile nel mondo artistico nazionale. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere a Roma, dove non terminò mai gli studi.

Per la sua formazione fu importante il decennio 1881-91. Nell’ambiente culturale e mondano di Roma, da poco capitale del Regno d’Italia, si formarono il suo stile comunicativo, la visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. Nella capitale fu accolto con magnanimità da un nutrito gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese che ne determinò la fortuna. Il poeta aveva conosciuto alcuni di loro a Francavilla al Mare, in un convento di proprietà del corregionale e amico Francesco Paolo Michetti.  Fra tali artisti ricordiamo Scarfoglio, Tosti, Masciantonio e Barbella.

Il gruppo abruzzese però era portatore di una cultura provinciale e vitalistica che appariva ristretta e soffocante, ancora molto lontana dall’effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee. D’Annunzio seppe comunque sintetizzare perfettamente, con uno stile giornalistico raffinato, gli stimoli che l’opposizione “centro-periferia”, ” cultura-natura ” offriva alle aspettative dei lettori.

Nei primi anni utilizzò lo pseudonimo di “Duca Minimo” negli articoli che scriveva per La Tribuna, giornale di esponenti della Sinistra storica. Egli intraprese il lavoro giornalistico per esigenze economiche, ma quell’esperienza gli favorì la frequentazione di ambienti esclusivi, tanto che nel 1883 sposò a Roma, con un matrimonio riparatore, Maria Hardouin, duchessa di Gallese nella cappella di Palazzo Altemps. Lei, già incinta del figlio Mario, successivamente gli diede altri due figli: Gabriele Maria e Ugo Veniero.

Il matrimonio finì con una separazione legale dopo pochi anni a causa delle numerose relazioni extraconiugali di D’Annunzio. I due coniugi restarono, tuttavia, in buoni rapporti.

Nell’aprile del 1887 entrò nella vita del poeta una nuova grande passione, Barbara Leoni, suo più grande amore, nonostante la loro breve storia.

Il grande successo letterario arrivò nel 1889 con la pubblicazione del primo romanzo, Il piacere, a Milano, presso l’editore Treves. Il romanzo, incentrato sulla figura dell’esteta decadente, inaugurò una nuova prosa: introspettiva e psicologica. Ben presto, oltre ai lettori e agli estimatori più colti, si configurò attorno alla figura di D’Annunzio un folto pubblico condizionato non dai contenuti, quanto dalle forme e dai risvolti divistici delle sue opere e della sua persona, un vero e proprio star system ante litteram, che lo stesso D’Annunzio contribuì a congegnare scientemente. Infatti si costruì un’esistenza dallo stile immaginoso e appariscente da “grande divo”, con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di “vivere un’altra vita“, di oggetti e di comportamenti-culto che connotarono la nuova cultura di massa in Italia.

Tra il 1891 e il 1893 D’Annunzio visse a Napoli, dove compose Giovanni Episcopo e L’innocente. Poi scrisse Il trionfo della morte in Abruzzo, tra Francavilla al Mare e San Vito Chietino, e le liriche del Poema paradisiaco. Sempre in questo periodo si avvicinò agli scritti del filosofo Friedrich Nietzsche. Le suggestioni nietzschiane, filtrate dalla sua sensibilità, sono rintracciabili anche ne Le vergini delle rocce (1895), poema in prosa dove l’arte «…si presenta come strumento di una diversa aristocrazia, elemento costitutivo del vivere inimitabile, suprema affermazione dell’individuo e criterio fondamentale di ogni atto».

Nel 1892, in competizione con Ferdinando Russo sulla capacità di comporre liriche in dialetto napoletano, D’Annunzio scrisse il testo de “A vucchella”, romanza pubblicata nel 1907 e musicata da F.P. Tosti. La canzone, eseguita da tenori come Enrico Caruso e successivamente da Luciano Pavarotti, fu incisa anche da grandi interpreti della canzone napoletana, come Roberto Murolo, che l’hanno resa un classico.

In quel periodo intraprese una relazione epistolare con la celebre attrice Eleonora Duse, con cui iniziò la stagione centrale della sua vita. Si conobbero personalmente due anni dopo, nel 1894, e subito scoppiò l’amore. Per vivere accanto alla Duse, D’Annunzio si trasferì a Firenze, nella zona di Settignano, dove affittò la villa La Capponcina – dal nome dei Capponi che ne erano stati proprietari. La Capponcina era vicinissima a La Porziuncola, villa dell’attrice.

Fu proprio in quel tempo che si formò buona parte della drammaturgia dannunziana, innovativa rispetto ai canoni del dramma borghese o del teatro di allora. Essa ebbe come maggiore interprete Eleonora Duse.

Tra il 1893 e il 1897 D’Annunzio condusse un’esistenza movimentata, che lo riportò dapprima nell’originario Abruzzo e poi in Grecia, visitata nel corso di un lungo viaggio.

Nel 1897 volle provare l’esperienza politica, vivendola in un modo bizzarro e clamoroso. Eletto deputato della destra, passò subito nelle file della sinistra per protesta contro Pelloux e le “leggi liberticide”, giustificandosi con l’affermazione «vado verso la vita». Espresse vivaci proteste per la sanguinosa repressione dei moti di Milano da parte del generale Bava Beccaris. Dal 1900 al 1906 fu molto vicino al Partito Socialista Italiano.

Il 3 marzo 1901 inaugurò con Ettore Ferrari, Gran Maestro della massoneria del Grande Oriente d’Italia, l’Università Popolare di Milano, nella sede di via Ugo Foscolo, dove pronunciò il discorso inaugurale e dove, successivamente, svolse un’attività straordinaria di docenze e lezioni culturali. L’amicizia con Ferrari avvicinò il Vate alla “libera muratoria“. D’Annunzio fu infatti massone e 33º grado della Gran Loggia d’Italia degli Alam, detta “di Piazza del Gesù“, fuoriuscita nel 1908 dal Grande Oriente.

Più tardi fu iniziato al Martinismo. Molti dei volontari fiumani, suoi arditi, con cui condivise la “presa di Fiume”, furono esoteristi o massoni. Fra loro: Alceste de Ambris, Sante Ceccherini, Marco Egidio Allegri. La stessa bandiera della Reggenza del Carnaro, istituita a Fiume, conteneva simboli massonici e gnostici, come l’uroboro e le sette stelle dell’Orsa Maggiore.

La relazione con Eleonora Duse si incrinò nel1904, dopo il tradimento con Alessandra di Rudiní e la pubblicazione del romanzo Il fuoco, in cui il poeta descrisse impietosamente la relazione con l’attrice.

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