L’ebrea Natalia e il Crocefisso

di Gabriella Toritto

(tratto da «Quella croce rappresenta tutti», di Natalia Ginzburg, L’Unità, 22 marzo 1988 – ripubblicato da Il Giornale dell’Umbria, 28/10/2003)

Natalia Levi, ebrea, nasce a Palermo nel 1916. Il padre, Giuseppe Levi, noto scienziato triestino, è un antifascista che viene imprigionato durante il regime.

La famiglia Levi si trasferisce a Torino quando Natalia è ancora bambina e frequenta scuole in cui purtroppo è emarginata perché ebrea e figlia di un antifascista. Così, già adolescente, trova conforto nella scrittura. Le sue prime opere risalgono all’inizio degli anni Trenta, quando sono pubblicate sulla rivista Solaria. Nel 1938 sposa Leone Ginzburg, grande letterato italiano, anch’egli ebreo, figlio di una famiglia di immigrati russi. Natalia prende così il cognome del marito, con cui firma la sua produzione letteraria, divenendo famosa. Sempre grazie al marito stringe contatti con i maggiori intellettuali antifascisti torinesi che, all’epoca, ruotano attorno alla casa editrice Einaudi.

Dopo la promulgazione delle “leggi fascistissime” la sua famiglia vive situazioni di emarginazione ed esclusione. Nel 1940 la scrittrice, assieme al marito, viene mandata al confino in Abruzzo, a Pizzoli (Aq), dove resterà per tre anni. Nel racconto Inverno in Abruzzo definisce quel periodo come “il tempo migliore della mia vita“. Lascia il confino nel 1943 su un camion di tedeschi che ne ignorano l’identità e che sono diretti a Roma.

Ricordo la scrittrice ebrea in seguito al clamore suscitato recentemente dalle esternazioni di qualche nostro politico sul Crocefisso a scuola.

Natalia Ginzburg già nel lontano 1988, collaborando con l’Unità e riferendosi al mondo ebraico, scrisse: – “Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della scuola. Il nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso. La signora (….), insegnante a Cuneo, aveva tolto il crocefisso dalle pareti della sua classe.

Le autorità scolastiche le hanno imposto di riappenderlo. (.…)

Per quanto riguarda la sua propria classe, ha pienamente ragione. Però a me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza.

I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla.

È vero. Pure, a me dispiace che il crocefisso scompaia.

Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocefisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo.

Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole.

Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocefisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. (.…) –

Il Crocefisso non insegna nulla? Tace? L’ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici?

Così continua Natalia Ginzburg: – “Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente.

La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire così?

Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?-

E in quel Cristo crocifisso non “incontriamo” forse un altro uomo innocente, perseguitato, screditato, venduto, condannato, rintracciabile ad ogni latitudine?

Ancora Natalia: – “Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.

Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma conserva l’idea eli prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine.

È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini.

E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”. –

Ma che significato ha quella Croce? Che cosa rappresenta?

-“Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici.

Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Cristo ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. (….)

E’ tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.”-

 

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