C  R  O  C  E       P  I  E  R  I  N  A

di Erminia Mantini

Era per tutti, Za Nurine, la mamma di Villa Canonico, quando la frazione compresa tra viale Europa e via Trentino attuali era denominata semplicemente Villa Canonico, forse in virtù di un omonimo notabile; quando vegetazione spontanea, campi coltivati, orti e vigneti attorniavano le poche case esistenti. C’era quella di Guerino, detto Lu Tome; più all’interno, all’angolo tra via Umbria e via Emilia,  la villa che ancor’oggi s’immerge nel verde, del benestante don Vincenzo, meglio conosciuto come Lasiloca: grazie alla sua magnanimità molte famiglie riuscirono a costruire la propria casetta, ricevendo in prestito da lui il denaro necessario, che poi restituivano come e quando potevano; il gruppetto di case dei fratelli Di Giacomo, autotrasportatori, i cui vigneti si estendevano nella zona dell’attuale stabilimento Bagni Luca, contigui a quelli dei Ciaramellano; l’unico negozietto di alimentari dei Di Blasio e dal 1947, segno distintivo della zona, il tempietto della Madonnina. Al di là, fronteggiava la brezza marina carica di salsedine, la folta e bellissima barriera della pineta, dalla quale, attraversato il nastro brecciato della riviera, si accedeva all’ampio arenile, disseminato di spontanei cespugli xerofili: una lunga passeggiata prima di raggiungere la battigia!

Proprio nel cuore di Villa Canonico, oggi viale Abruzzo, viveva Pierina, moglie di Alessandro Camilletti, Nastarille, dipendente del Consorzio Agrario Provinciale di Pescara. Ella badava alla casa, ai figli, alla campagna di proprietà degli Scuccimarra di Pescara e si prendeva cura di tanti piccoli problemi degli abitanti della zona: ci si conosceva tutti e, senza alcun vincolo parentale, si alimentava reciprocamente un legame sacrosanto di rispetto e di affetto.  Pierina era la dottoressa, prodigava il suo soccorso mettendo in atto antichi rimedi escogitati col poco a disposizione, pragmatico buonsenso ed esiti convalidati. Il braccio traumatizzato da una slogatura, si ricopriva di abbondante albume montato, lu chiare dell’ove, tenuto stretto con la carta violacea dei maccheroni, perfettamente irrigidita da stecche fermate con lo spago! Si combatteva il mal di gola secondo l’antico adagio: caldo fuori e freddo dentro! Si fasciava la gola con un telo rigonfio di crusca bagnata calda e s’ingerivano bevande fredde. L’acne giovanile si debellava con abbondanti maschere di sapone di Marsiglia, lasciate essiccare sulla pelle del viso, precedentemente disinfettata con alcool! La nipote Stefania lo ricorda con chiarezza, mostrando la sua carnagione intatta, senza alcuna traccia di quelle orrende pustole adolescenziali! Pierina faceva il giro quotidiano per praticare le iniezioni a orario prestabilito, perché se il farmaco entrava nel corpo sempre alla stessa ora produceva effetti davvero benefici.

Donna schietta e risoluta, si esprimeva soprattutto col fare, le sue erano parole pesate, parole sante; agiva seguendo i moti del suo gran cuore. Riempiva ceste di frutta e di verdura e ne faceva dono alle famiglie bisognose con la giustificazione che… tornava dalla campagna e passava di là!

Allevò in modo austero i suoi quattro figli: Dante, Anna, Stefano e Franco, e, per quanto li amasse, non perse il suo fare determinato e perentorio nemmeno con gli otto nipoti. Racconta Stefania: < Era così autoritaria che organizzava anche i nostri giochi; ci metteva in mano pentoline e materiali vari, ci diceva dove e come dovevamo fare e persino quando smettere. Ci ripeteva che le brave donne devono imparare tutti i mestieri delle donne, soprattutto cucinare. Allora, non sopportavo il suo tono autoritario, mi era un po’ antipatica; oggi ne sono fiera!>.

<Era una cuoca fantastica – rievoca con nostalgia il terzogenito Stefano, il barbiere   di Villa Canonico per quarant’anni – mi sembra di sentire ancora il profumo delle sue pizze ai peperoni cotte al forno a legna, in assenza di mozzarelle; dei rimpizzi  e dei bucatini alla trescatora; per non parlare dei tajarille a fiammifero che conservavano il loro nerbo anche riscaldati il giorno dopo in padella!>.

Pierina prestava aiuto nei banchetti nuziali, fatti in casa: pietanze speziate in mancanza del frigorifero, carne saporita di animali ammazzati per l’occasione non più di due giorni prima e pizza dolce. Non di rado, nella preparazione dei pranzi natalizi, si ritrovavano agli stessi fornelli le due mamme e cuoche memorabili di Montesilvano: Pierina Croce e Crocilde Di Giuseppe!

Per ben due volte offrì il suo latte di puerpera ad altri neonati. Insieme al primogenito Dante, allattò Antonietta Corneli, infermiera storica della clinica Baiocchi. E, quando nacque Stefano, attaccò al suo seno anche Pompeo De Patre, figlio di Bettina e di quel Sacchetti che aveva costituito una vera aziendina: immagazzinava e rivendeva con buon profitto ottone e rame, comprandoli dai raccoglitori di metalli, i fratelli Osvaldo e Remo Iannascoli. Il latte materno e la suzione al seno producevano benessere materiale e psicologico al neonato, rendendolo immune dalle malattie.  Fino al secolo scorso non era raro che una donna sana e robusta allattasse contemporaneamente due creature. E Pierina era sana e robusta, amica delle madri biologiche e benvoluta da tutti.  Tra l’infante, la nutrice e il figlio naturale si creava un legame più profondo che invadeva tutti gli altri componenti delle famiglie, mantenendosi inalterato nel tempo. Ancor’oggi Pompeo, medico affermato nella città di Bologna, non perde occasione per salutare e rivedere ogni tanto il suo caro fratello di latte.

Pierina era donna di fede, devota in modo particolare a San Gabriele dell’Addolorata, presso il cui Santuario l’intera famiglia si recava una volta l’anno per confessarsi e comunicarsi. Usanza mantenuta in vita da tanti altri abruzzesi.

Donna spartana, dal cuore tenero, rispettosa delle tradizioni e della morale, era abituata a lavorare senza fermarsi mai e senza concedersi alcunché di voluttuario; pur abitando vicino al mare, non andava mai in spiaggia, quasi fosse peccato. Nei due mesi estivi chiedeva ai famigliari un sacrificio ulteriore: accorpava letti e mobili, liberando due stanze da affittare ai bagnanti, ai quali offriva ogni tanto pranzetti invitanti.  Era grande già da bambina e tutto ciò che non fosse dovere, lavoro e sacrificio era tenuto lontano dalla sua esistenza. Anche per questo non riusciva a sopportare che il marito cedesse al vizio del fumo e che della sua bocca facesse… na ciumminire!

Per tutti i suoi 92 anni za Nurine conservò i suoi capelli, senza tagliarli mai; li arrotolava  sulla nuca, dopo averli accuratamente lavati e acconciati strettamente in una lunga treccia. Era una donna alta, bella, autorevole nello sguardo, imponente e sempre dignitosa nel suo insostituibile abbigliamento di gonna e camicia. Anche in vecchiaia lasciava una scia di profumo acqua e sapone e, pur se sorrideva poco e bandiva le inutili ciarle, a Villa Canonico sapevano che lei era lì e che ci si poteva contare: una sponda, una mamma.

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