Perché l’e-commerce italiano non decolla

Perché l’e-commerce italiano non decolla

#focus #ecommerce

di Pierluigi Lido ecommercesicuro@gmail.com

(In copertina il Centro di smistamento Amazon di Roma)

Per capire quanto valga l’e-commerce in Italia, bisogna parlare di numeri e di investimenti. Nel 2016 circa 42,6 milioni di italiani hanno dichiarato di poter accedere ad internet da desktop o mobile, fonte Focus E-commerce Casaleggio 2016. Il fatturato e-commerce in Italia ha toccato i 32 miliardi di € nel 2016 con una crescita del 10% rispetto al 2015. Il 74% del fatturato e-commerce in Italia è occupato dai settori tempo libero 43%, della quale quota la maggior parte, il 35%, è rappresentata dal gioco online, e turismo 31%. Seguono a grande distanza centri commerciali 10%, assicurazioni 6%, elettronica 3%, alimentari, editoria e moda al 2%

Facciamo un piccolo passo indietro per orientarci meglio.

L’e-commerce in Italia mette le sue basi nel 2001 trainato dal lancio di Ebay, società americana che fattura 8.97 miliardi di USD ( 2016 ). Dieci anni dopo Amazon, società americana da 136 miliardi USD (2016), ha iniziato una scalata letale sul mercato italiano a colpi di dumping (per i più maliziosi), posizionandosi come Ebay, essendo di fatto un centro commerciale online.

Dal 2001 in poi sono stati migliaia i siti di e-commerce che hanno fatto numeri da capogiro sul mercato italiano, un elenco interminabile di aziende di successo che vendono nel nostro Paese (linko la Top 100 del 2016 https://www.casaleggio.it/e-commerce-ranking/). Scorrendo i primi 10 siti di e-commerce di questa classifica intravediamo una top ten composta da Amazon, Ebay, Booking, Groupon, Zalando, Trivago, Trenitalia, Vodafone, eDreams e William Hill. Per trovare una società italiana dobbiamo fare appello alla tanto vituperata Trenitalia. Nient’altro. Non crediate che Vodafone e Tre siano società italiane.

La selva intricata di beni e servizi venduti online in Italia fa del nostro mercato un ecosistema caotico e vergine dove fanno da padroni investitori esteri che tagliano come il burro la barriera degli ingressi per entrare online in Italia. Perché? Ce lo spiega bene il Focus e-commerce 2016, che riporto di seguito:

La crescita e la sostenibilità delle imprese italiane di e-commerce passa dalla loro internazionalizzazione. Senza economie di scala internazionali non riusciranno a competere con gli attori esteri che entrano sul mercato Italiano. Il mercato e-commerce è un mercato ‘capital intensive’ e per sviluppare un’impresa è necessario quindi accedere al capitale prima di crescere. In Paesi come Gran Bretagna, Germania e Francia le singole imprese di e-commerce ricevono investimenti nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, in Italia raramente si superano i 5 milioni. Sono meno di dieci gli operatori italiani privati che finanziano, sono di un ordine di misura inferiori i fondi messi a disposizione e il supporto statale è limitato rispetto agli altri Paesi europei. Questa situazione può spiegare il motivo per cui i grandi operatori crescono soprattutto all’estero. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni segnali di cambiamento seppur ancora molto esigui come l’incentivazione fiscale degli investimenti in startup.”

Detta in soldoni significa che in Europa investono più di noi e meglio e si prendono rapidamente il nostro mercato interno. Non parliamo più di online e offline, parliamo solo di mercato interno e basta. Vi chiederete, allora, che senso ha parlare di mercato interno in un mondo globale?

Per capirci meglio, non parlerò di Zalando (tedesca), ma prenderò un esempio di e-commerce raggiungibile, scalabile. Parlerò di www.pannolini.it che è gestito dalla proprietaria windeln.de SE (società tedesca) che vende una ampia gamma di materiali per la cura dei nostri figli. Questa società ha comprato un sito web italiano che dispone di un catalogo in lingua perfetto. La windeln.de ci vende prodotti che si trovano a 8 km lineari da Montesilvano spedendo spesso direttamente dall’Italia e assistendoci al 100% in lingua, dalla Germania. In parole povere, si sono presi il nostro mercato (su questo piccolo segmento) realizzando e-commerce da casa loro, e vendendoci prodotti a casa nostra, dall’interno. Perché? Anche se determinante in un ecosistema di piccole e medie imprese come quello italiano, non è solo una questione di investimenti e Venture Capital. Il tessuto imprenditoriale italiano è obsoleto e mal supportato, alla guida di aziende affette da un ricambio generazionale che stenta a decollare. Come diceva Giovanni Cappellotto al Web Marketing Expo 2017, “fare retail” con questa mentalità significherà chiudere, senza troppi patemi d’animo. Ma non siamo qui per criticare bensì per proporre. È uscito un bando nazionale che prevede un contributo, tramite concessione di un “voucher”, di importo non superiore a 10 mila euro, finalizzato all’adozione di interventi di digitalizzazione dei processi aziendali e di ammodernamento.

Buona visione a voi e al vostro consulente d’impresa tecnologico.

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/incentivi/impresa/voucher-digitalizzazione

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