NATALE DI IERI – Come eravamo

NATALE DI IERI

di Erminia Mantini

Nel dopoguerra la nostra città era ancora adolescente: antiche dimore gentilizie, poche case, ampi spazi agricoli, alcune attività artigianali e commerciali snodate nei pressi della stazione ferroviaria e giù lungo la nazionale. Un fioco lampione al curvone, alcuni vicino al distributore Mambella e pochi altri nei rioni più popolati.

Calato il sole, ci si muoveva nel buio. Nelle abitazioni lampadine da 5 o 10 candele illuminavano un arredo essenziale: “se roteavi una mazza, non facevi una lira di danno”! Tutto l’anno era lavoro e sacrificio, con la breve pausa della domenica, per raccogliere fiato! L’evento tanto atteso era il Natale.

Ad esso si pensava al tempo della vendemmia, quando si metteva da parte l’uva di prima scelta per la marmellata, da conservare nei grandi cilindri di coccio smaltati; quando si bolliva a lungo il mosto fino a ridurlo denso velluto; quando si raccoglievano i fichi e si lasciavano essiccare al sole, per farcirli con le mandorle al momento e distribuirli come strenna ai bambini; quando a maggio o giugno si ‘mettevano’ i pulcini al tepore della cucina e poi a razzolare fuori, perché arrivassero belli grassi ; quando si allevava il tacchino, anzi la tacchina dalla carne più buona e dalle piume iridescenti, che poi legate a mo’ di mano, sventagliavano le fornacelle; quando nei campi si raccoglievano ramaglie per farne fascine e ci si riforniva di legna da accatastare con arte; quando si andava alla ricerca del ceppo più grande e fantasioso, la sacra radica d’ulivo, che donava calore al Bambinello nella Notte Santa! Il maialino si allevava con calcoli precisi, per portarlo al giusto peso prima di Natale, esattamente l’otto o il tredici dicembre, i giorni del rituale, che avrebbero riempito la dispensa: catene di salsicce, capelomme, costata sotto sale per il 25 e l’immancabile pezzo di magro, accuratamente salato e appeso per farne ravioli a carnevale! E nel calderone si faceva addensare lentamente tra le spezie il setoso sanguinaccio!

Ma già da tempo si era provveduto a sostituire i colletti alle camicie e, soprattutto, lavoro più laborioso, a rigirare i cappotti, che passavano da uno all’altro, all’interno del nucleo familiare! Chi poteva permetterselo, però acquistava in anticipo un cappello nuovo, che avrebbe ostentato il 25 mattina, alla messa delle undici, a conclusione della quale, s’indugiava sul sagrato per condividere la gioia del giorno con amici, parenti e compaesani: una stretta di mano e un abbraccio con l’augurio di un Santo Natale!

La sera della vigilia, sulla tavola apparecchiata di bianco, al profumo di sapone, non doveva mancare nessun tipo di verdura impastellata e fritta, succulenta corte del regale baccalà dentro la vetrinetta aspettava la conclusione della cena il salame dolce, fragrante di alloro, un gustoso miscuglio di mandorle abbrustolite, fichi secchi a pezzetti e zucchero: si affettava con parsimonia, poiché doveva durare per tutte le feste. Si tagliava il melone tenuto appeso e se ne consumava metà, l’altra, il giorno di Natale; in abbondanza le mele piane! Al capofamiglia l’importante compito di alimentare il fuoco: il ceppo doveva illuminare e riscaldare l’intera notte santa, ritenuta la notte più lunga dell’anno. E intanto si faceva compagnia alla mamma che sfaccendava e restava in piedi fino a tardi per avviare il pranzo del giorno dopo. Erano già stati approntati i canestri dei torcinelli e degli irrinunciabili, tradizionali cacionetti: il ripieno di ceci passati, aromatizzati alla cannella e dolcificati col mosto cotto, contendeva il primato di bontà alla marmellata di Montepulciano, arricchita di mandorle e di cacao! Una parte veniva distribuita in piccole guantiere di cartone da regalare ai parenti più stretti o da far assaggiare a qualche vicino di casa.
Assistere alla rievocazione della natività nella messa di mezzanotte era un richiamo irresistibile: la chiesa di San Michele Arcangelo accoglieva i fedeli del borgo, della campagna, della costa e di Villa Carmine; dalla Vestina salivano a piedi, facendo il giro lungo, col tempo buono, altrimenti si tagliava per la fonticella.

Nella chiesa della marina, S. Antonio, venivano da ogni parte e ci si recava per tempo, a prendere posto: il coro accresceva l’emozione del miracolo annuale con arie natalizie e canti liturgici in latino! Il gioioso scampanìo che accompagnava lo svelamento del Bambinello diffondeva nell’aria rigida i moti segreti del cuore dei fedeli!
L’attesa, entrata nel vivo dal giorno dell’Immacolata, culminava nel pranzo di Natale. Già dal mattino si apparecchiava, riservando rigorosamente il capotavola al nonno o al papà. Nel caminetto si riattizzava e si rinforzava il fuoco della vigilia e si portavano tutte le sedie di legno presenti in casa, perché la famiglia si riuniva al completo e anche per accogliere qualcuno che veniva a porgere gli auguri in segno di rispetto.

Non di rado, fuori della porta, due zampognari soffiavano per qualche minuto nelle loro cornamuse racimolando qualcosa. E poi tutti al posto assegnato, mentre la donna, col grembiule della festa, faceva la spola dalla sedia ai fornelli o affettava la grossa pagnotta, appoggiandola sul seno! Quando si toglieva il piattino del frugale antipasto, nel piatto fondo il capofamiglia, con gioia e finto stupore, trovava la letterina, la passava al piccolo autore che in piedi la leggeva, non senza emozione: l’aveva scritta con estrema cura e attenzione, perché non se ne poteva comprare un’altra! E declamava l’affetto per i suoi cari, invocava il Bambino Gesù perché li proteggesse e faceva promesse di buon comportamento! Il papà cercava di nascondere la commozione, ma era felice ed elargiva qualche soldino ai figli, un po’ di più ai grandi, un po’ meno ai piccoli: nella tasca le monetine erano già pronte e quantificate! Si passava, quindi al tradizionale brodo di cardone, con stracciatella e fegatini, cui seguiva il lesso di tacchino o della vecchia gallina, attorniato da sottaceti. E poi, per chi poteva, costata di maiale e salsiccia arrostite sulla brace; si chiudeva con frutta secca, cacionetti e torcinelli. Dopo aver rigovernato, donne e bambini giocavano con la vecchia tombola, puntando con le fave essiccate e coprendo all’inizio qualche numero mancante nel sacchetto dei tombolini! Mentre gli uomini di là schioccavano sul tavolino le carte napoletane, tirando il sigaro e sorseggiando rosolio dai bicchierini!
Tempora mutantur et nos mutamur in illis! Con gli anni sessanta Montesilvano entrò nella giovinezza! Il boom economico operò una vera metamorfosi sociale, provocando il progressivo mutamento di identità. Prese così l’avvio il Natale di oggi.
(Rievocazioni narrate da Gennaro Agostinone, storico ad honorem di Montesilvano, e da Teresa Di Censo, settima degli undici figli di Crocilde e di Alberto)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *