Ritornare al territorio

di Marco Tabellione

Nel numero scorso si è trattato del tema dell’autonomia regionale, e si è cercato di mostrare quanto autonomia e unificazione siano in realtà due facce della stessa medaglia, cioè non siano in contraddizione. In una tendenza generale alle unificazioni, alla creazione di realtà transnazionali, questo fenomeno, nella misura in cui non diventa omologante, in realtà contribuisce a stimolare la libertà e le autonomie locali, piuttosto che a soffocarle. E questa era la posizione di quel nostro articolo.

Ad esso si ricollega direttamente il tema di questo numero, la fusione dei comuni nell’area metropolitana Nuova Pescara. Il progetto di Nuova Pescara, come è noto, diventerà esecutivo dal 2022, data a partire dalla quale i comuni di Montesilvano e Spoltore cominceranno ad essere inglobati in quello di Pescara, in base all’esito favorevole del referendum che si è svolto nel 2014.

La legge regionale approvata dal consiglio regionale nell’estate del 2018 ha fissato per il 2024 il termine ultimo per la conclusione dell’iter burocratico che porterà alla definitiva fusione dei tre comuni. Tra l’altro va anche detto che ci sarebbero pressioni da parte di altri comuni, come Francavilla e Silvi, per entrare in questo progetto della grande Pescara, ritenuto come un adeguamento burocratico ad un’area metropolitana che di fatto è già realtà.

Ormai già da parecchi anni, infatti, non esiste più soluzione di continuità in una vasta zona della costa abruzzese, che vede al centro Pescara e che ingloba Francavilla, Chieti Scalo (peraltro di un’altra provincia quella di Chieti appunto), Spoltore, poi Montesilvano, Città Sant’Angelo, Silvi e chissà magari anche Pineto (e per Silvi e Pineto si finisce per toccare anche la provincia Teramo). Si tratta di un agglomerato urbano destinato probabilmente a crescere e che in futuro potrebbe coincidere con l’intera costa regionale.

Al di là dei risultati del referendum, al di là delle posizioni espresse in altri comuni da parte di chi amerebbe entrare in futuro nell’area metropolitana pescarese, va detto tuttavia che la creazione di questa specie di metropoli abruzzese desta riflessioni di vario tipo. Si tratta di una realtà indubitabile, che porterà sicuramente Pescara a crescere e ad avere sempre più peso, naturalmente non solo a livello regionale, ma rispetto all’intera Italia centrale. Crescita metropolitana vuol dire infatti crescita demografica, crescita economica, crescita delle opportunità, dei contatti, aumento probabilmente del tenore di vita, aumento della coralità e dell’empatia civile. Elementi che si inseriscono in un discorso nazionale europeo e mondiale che vede le aree urbane in continua crescita tanto che finalmente da qualche tempo si è raggiunto e superato un limite mai toccato prima, cioè quello del numero delle persone che vivono in aree urbane, che ha superato quello delle persone ubicate in aree non urbane. E non si fa fatica ad immaginare che questi numeri siano destinati ad aumentare, tanto che, in una proiezione fantascientifica, potremmo arrivare a fantasticare di continenti interi, come l’Europa, cosparsi di infinite zone metropolitane unite senza soluzione di continuità. E qui forse, in questa prospettiva di numeri metropolitani che diventano immensi e ingigantiti oltremodo, forse il sogno di aree urbane sempre più ingrandite comincia a fare un po’ paura e a non destare più quell’ammirazione che sembra raccogliere unanimi consensi.

Davvero vogliamo contare e puntare su aree metropolitane sempre più enormi? Davvero le megalopoli, le distese immense di nuclei abitativi rappresentano il desiderio e l’aspirazione dell’umanità? Perché non si riesce invece a prospettare visioni contrarie? Visioni ad esempio in cui più che fenomeni di accentramento, si cominci ad ipotizzare movimenti di decentramento, correnti demografiche in cui si possa vedere la gente ricominciare a ridistribuirsi su territori e paesaggi non più completamenti antropizzati. Perché gli sforzi tecnologici, scientifici, economici dell’umanità non dovrebbero essere indirizzati a prospettive del genere? Pensiamo al nostro Abruzzo. È brutta come utopia immaginare una ridistribuzione nel territorio interno di una popolazione che oggigiorno non riesce a non ammassarsi sulla costa? È brutta l’immagine di un Abruzzo che finalmente riesce a vivere della propria terra e dei propri paesaggi in armonia con essi? È proprio da scartare l’idea di un ritorno ad una vita in equilibrio con la natura in cui una popolazione mondiale, finalmente controllata dal punto di vista demografico, possa tornare a diffondersi su territori non completamente urbanizzati e antropizzati, ma in cui natura e uomo possano vivere finalmente in armonia?

Insomma il problema non è tanto quello della fusione, cioè dell’adeguamento burocratico di una realtà incontrovertibile (che si può fare e certamente avrà le sue conseguenze positive). Il problema è che le nostre città dovranno cominciare ad essere sempre meno cittadine e sempre più naturali, se non vogliamo continuare a minacciare di estinzione un pianeta in cui il riscaldamento globale è una realtà, e non un’opinione che può essere messa in discussione.

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