LE CERE ANATOMICHE DEGLI ARTISTI ITALIANI DEL ‘700

A cura di Vincenzo O. Palmieri

Persa si dice la cera che lo scultore modella fra due blocchi di terra refrattaria e che, esposta al fuoco, si scioglie lasciando di sé soltanto un’impronta vuota”

(Gesualdo Bufalino, Cere perse)

Esistono in Italia due musei singolari, di grande importanza per la storia della medicina: uno è a Cagliari, Museo Clemente Susini, l’altro è in Firenze, Museo della Specola. Entrambi contengono dei reperti eccezionali rappresentati da modelli anatomici di una bellezza e di una precisione incredibili realizzati in cera (vedi le Figure 1 e 2).

Per ragioni storiche, a questi due Musei deve essere affiancato anche il celebre Museo Josephinum di Vienna (Figura 3). Fin dalla sua fondazione nel 1785, il Josephinum ospita la collezione di cere anatomiche che Giuseppe II aveva commissionato a Firenze per la fondazione dell’Accademia Chirurgica Militare su impulso di Giovanni Alessandro Brambilla (Pavia 1728 – Padova 1800), celebre chirurgo italiano ma al lavoro nell’Impero Asburgico. Da un lato la collezione serviva come materiale illustrativo per l’insegnamento, dall’altro era già accessibile al pubblico a quel tempo. Come sussidi didattici di valore didattico, i preparati in cera sono integrati con disegni colorati e descrizioni in italiano e tedesco.

Qual è l’importanza storica di queste collezioni inconsuete?

Bisogna sapere che la chirurgia, nel senso che conosciamo oggi, nel corso del ‘700 era molto arretrata: i chirurghi dovevano operare rapidamente, perché più durava l’operazione, maggiori erano i rischi d’infezione; il paziente era tenuto fermo dagli inservienti e in genere, prima dell’operazione, veniva intervistato da un padre spirituale; la maggior parte dei chirurghi non conosceva l’anatomia, erano considerati persone non edotte. Le tecniche di conservazione dei cadaveri, inoltre, erano del tutto inadeguate non esistendo sistemi di refrigerazione. Per tali motivi, al fine di insegnare l’anatomia umana, era diventato necessario realizzare dei modelli anatomici ricorrendo alla straordinaria capacità artistica delle più importanti Scuole di derivazione dal Rinascimento in Italia.

Un ruolo cruciale fu svolto da Felice Fontana (1730-1805), abate e consigliere del granduca di Firenze, che propose, per istruire i chirurghi, di allestire dei calchi in cera di preparati anatomici. A quell’epoca infatti gli atlanti a colori costavano moltissimo e i chirurghi non conoscevano il latino, lingua in cui erano scritti tutti i testi di medicina. Egli allestì allora al Museo La Specola di Firenze, con l’aiuto di vari anatomici, una vera e propria officina di ceroplastica in cui si facevano i calchi dei cadaveri che prima si facevano in gesso e poi si voltavano in cera ad opera di abili artisti. Il principale strumento del mestiere era la cera d’api, lavorata insieme ad altre sostanze (cera cinese, trementina, ecc). Una volta fusa la cera venivano aggiunti i coloranti – anche polvere d’oro per ottenere le giuste sfumature.

L’officina di ceroplastica fu attiva per quasi un secolo a Firenze, dal 1771 fino alla seconda metà dell’Ottocento. Le lavorazioni della scuola fiorentina costituiscono oggi un patrimonio di 513 urne contenenti cere di anatomia umana per un totale di 1.400 pezzi, 65 urne di anatomia comparata e oltre 400 modelli vegetali in cera. Nelle collezioni ci sono anche 5 cere del Seicento di Gaetano Zumbo, uno dei più apprezzati ceroplasti al mondo.

L’officina realizzò numerose opere su commissione di privati e musei: le opere si irradiarono così a Cagliari, Bologna, Pisa, Pavia, Modena, Budapest, Leida, Montpellier e Vienna.

Proprio a Vienna si trova la collezione più importante dopo quella fiorentina (1.200 pezzi), commissionata dall’Imperatore d’Austria Giuseppe II per la scuola Medica Militare dello Josephinum.

Queste collezioni rappresentano un vero trattato tridimensionale di anatomia umana, nel quale l’uomo è materia di investigazione. Sono composte da opere d’arte che, in assenza delle ricostruzioni digitali di un computer (siamo tra Settecento e Ottocento), potevano sostituirsi ai cadaveri quali strumenti didattici per l’insegnamento dell’anatomia.

Come vediamo dalle immagini allegate, infine, lo sguardo degli artisti fiorentini non era quello freddo del dissettore di corpi freddi, ma quello gentile di chi, pur a confronto con la ineluttabilità della morte, profila volti sereni e raffinati, donne truccate e decorate con luminosi gioielli, un approccio così caldo all’anatomia che non può che affascinare e consolare. Vi invito a visitare uno di questi musei, è una esperienza pervasiva e rigenerativa. Non si tratta di cere perse come quelle che descrive il buon Bufalino, ma di stimmate di una vitalità sorprendente. Buona visita!

 

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