L’APPENA NATA – Daniele Cavicchia

L’angolo della poesia di Gennaro Passerini

Daniele Cavicchia, poeta di Montesilvano, noto in Italia e fuori dei confini nazionali, grazie alle numerose traduzioni delle sue raccolte in lingua estera, è stato inserito tra i cinque vincitori del premio di poesia della città di Camaiore, con il suo poemetto poetico Il guscio delle cose (2019), Passigli Poesia, con prefazione del noto psichiatra Eugenio Borgna. Di Daniele Cavicchia, Il Sorpasso ha già ospitato – e commentato – poesie tratte dalle sue raccolte La malinconia delle balene (2004), Dal libro di Micol (2008) e La signora dell’acqua (2011). La poesia che abbiamo il piacere di presentare in questa occasione è tratta proprio dal poemetto Il guscio delle cose (2019), Passigli Poesia, con prefazione del noto psichiatra Eugenio Borgna. Chi vorrà, potrà partecipare alla presentazione del poemetto  lunedì 24 Giugno ore 18.30 presso la libreria Feltrinelli in via Milano, Pescara.

Letta dal prof. Raffaele Simoncini,

 L’APPENA NATA

Testo II

Chi genera decide il nome

Spera in un suono che non mente

Attende una voce che dal futuro

Dica che nulla è perso

E nulla resta immobile se il cristallo

Che ci separa d’un tratto rivela uno spiraglio

Ed eccoci a pregare perché il santo

Diventi nostra tranquillità e speranza

Mentre la cellula impazzita continua la sua corsa

Ubbidisce a sé e alla sua pazzia

Elude le domande

E svolta al crocevia fino a rendersi invisibile.

Si resta prigionieri della materia

E l’infinito si propone come finito

Dove tutto avrà conclusione. Anche i petali

Perderanno colore e profumo

Anche le parole spariranno dalle pagine.

E ogni discorso sarà compiuto

Nella cenere che resta

C’è un sentimento, tra i tanti che l’uomo incontra, nel corso della sua esistenza, che ha tratti distintivi, indelebili, se a questa aggettivazione si danno i contorni esatti de l’infinito che si propone come il finito. In questa meravigliosa trasfigurazione simbolica della nascita di un figlio, del proprio figlio, si nasconde l’ineffabile amore-dramma di un logos che ha inizio, che è collocato nella dimensione del limitato, determinato, de-finito: certo, colui/colei che genera decide un nome, offre un limite, una determinazione, una collocazione nel tempo e per il tempo. Così le prime parole, l’inserimento della nascita nella societas, l’attesa di un futuro che riesca ad illudere che nulla è perso, tutto sembra voler eludere il procedere ineluttabile della Tuche, di quella sorte che, rappresentata nella cultura precristiana come indifferente ai destini umani, calpesta ogni aspettativa di colui/coloro che ha/hanno generato. Il rapporto disperante tra l’evoluzione della cellula impazzita che continua la sua corsa e l’ansia di infinito, che sostiene il senso profondo di una esistenza, diviene una lotta impari: si resta prigionieri della materia e di quel finito dove tutto avrà conclusione. In questo scenario dissacrante, in cui ogni discorso sarà compiuto, in cui anche le parole spariranno dalle pagine, resta, persevera, non inaridisce, come petali che perderanno colore e profumo, uno spiraglio di eterna illusione, eterna almeno finché l’uomo potrà intravvederlo e parlarne ad altri uomini: pregare perché il santo diventi nostra tranquillità e speranza, sostegno di un affetto, di una passione, di una forza, della vita che travalica ogni morte, ogni fine, ogni sradicamento, perché la fenomenologia del nascere ex nihilo continui ad essere linfa vitale, perenne. Non c’è, a fondamento di questa meditazione, alcuna ipostasi metafisica, che rinvii ad una trascendenza: ciò che, sub specie humanitatis, si colloca irreversibilmente nel finito, nulla può pretendere e/o aspettarsi dall’infinito, sub specie aeternitatis. Ma proprio quella cenere che resta, forse, è l’estremo grido di una vita.

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