Il Jova Beach Party dev’essere solo l’inizio di un progetto culturale lungo 10 anni

Il Jova Beach Party dev’essere solo l’inizio di un progetto culturale lungo 10 anni

di Paolo Talanca (www.paolotalanca.it)

Il Jova Beach Party di Montesilvano resterà nei decenni negli occhi e nella mente di molte persone, non solo degli abitanti della città. Addirittura il produttore dello spettacolo, Maurizio Salvadori, ha descritto quella di Montesilvano come la migliore organizzazione delle 16 tappe svolte fino a oggi. Non era una prova semplice per la giovane amministrazione De Martinis. Anzitutto non era facile intercettare l’offerta; poi era difficilissimo far sì che tutto filasse liscio per la sicurezza. È la filosofia stessa del folle progetto di Jovanotti: superare i propri limiti, esaltando la vita al nervo scoperto di un confine. “Non bisogna evitare di far le cose per paura di non farle bene: bisogna farle bene”. Una città che vuole guardare al futuro è una città che non ha paura di pensare in grande. Quest’evento ha potenzialmente un impatto positivo nella città, di cui oggi forse non ci si rende nemmeno conto: viene all’inizio di un quinquennio e quindi può dare un slancio e un entusiasmo che smuovano alcune criticità incancrenite nei meccanismi amministrativi comunali. Avere un’amministrazione che funziona conviene a tutti.
Ora dunque il punto è proprio questo: se gli sforzi fatti per realizzare questo evento – non ultimi quelli economici – resteranno infruttuosi e si spera che la sua risonanza basti da sola, sarà stata semplicemente un’occasione persa. Adesso la squadra di Ottavio De Martinis dovrà darsi da fare per mettere su un’offerta culturale e turistica esclusiva. Permettetemi di soffermarmi su questo termine: “esclusività”. È troppo facile amministrare la cultura affidandosi alle agenzie di spettacolo. Servono una scrivania, un telefono, dei numeri di telefono e qualcuno che paghi la bolletta. Son buoni tutti: “Pronto, chi mi puoi far suonare a 15.000 euro?”. Oppure: “Mi serve un evento per giovani, chi mi puoi far venire?”. Non è così che va gestita la cultura, perché questa diventi risorsa per il territorio. Bisogna padroneggiare la bontà dell’offerta artistica, saper valutare ciò che serve in quel momento, dissodare prima il terreno e avere le competenze giuste per modellare gli eventi secondo un proprio stile, una propria “poetica”. Agenti di zona e manager dello spettacolo non devono sostituirsi all’amministratore oculato che ha visione prospettica. Il Comune dev’essere soggetto forte, che indirizzi una strategia riconoscibile con l’obiettivo di adattarla alle peculiarità del territorio. Avere un’offerta esclusiva significa agghindare la propria vetrina per renderla più attraente rispetto a quella vicina. Ci vogliono eventi di respiro più ampio, presenti sulla stampa nazionale. Non è affatto facile. Quello che il cittadino trova a Montesilvano stasera, non può trovarlo a cento chilometri di distanza domani sera. Per avere esclusività c’è bisogno di competenze artistiche, solo così si può intraprendere una strada difficile e improba come quella che sto descrivendo. Non ci sono alternative.
Ho letto che alcuni esponenti di questa amministrazione hanno intenzione di realizzare un evento da trentamila persone ogni anno. Mi pare che, nella fattispecie, sia una proposta lanciata nei media dall’assessore Aliano. Ottima idea, ma facciamo sì che quell’evento diventi fonte di sostenibilità economica e mediatica per trenta eventi da mille persone durante il corso dell’intero anno. Non è fantascienza; viviamo in un’epoca di confine, postideologica, di paura, di crisi: se non ci si terrorizza guardando il buio intorno, è il momento migliore per mettere insieme tutte le forze migliori di una città di sessantamila abitanti e scrivere il futuro in maniera nostra.
Per fare tutto questo, non basta certo solo concentrarsi sugli eventi. Questa città non ha un teatro. Non so se si comprende la gravità brutale di questa condizione. Il teatro è il posto cruciale e identitario di una comunità. A Montesilvano non c’è uno spazio al chiuso con le caratteristiche minime per ospitare eventi artistici in maniera adeguata. Anni e anni di colate di cemento, evidentemente sistemato nei posti sbagliati o, almeno, con intenzioni differenti da quelle di chi vuol bene al risveglio delle coscienze dei propri concittadini. Una città “informata artisticamente”, che possa ospitare le tappe di tour teatrali o musicali del miglior circuito artistico italiano, dei migliori protagonisti della cultura del nostro Paese, è una città vispa, attiva, reattiva. Bisogna rimediare al più presto. È una priorità inaudita.
Come soluzione tampone potrebbe andar bene allestire operazioni di insonorizzazione e adeguamento all’interno del Palacongressi. Penso a una delle salette laterali, per arrivare ad avere una sala da 200/300 posti almeno acusticamente decente. Oppure nel frattempo si potrebbero sfruttare alcune sale di Porto Allegro, proponendo accordi alla dirigenza della struttura. Ma sarebbero azioni emergenziali, per quanto necessarie: intanto va costruito un teatro. Possibilmente un centro con più sale, perché spazi da 300, 1.000 o 3.000 posti sono molto diversi, e permettono una elasticità di movimento che per l’amministrazione potrebbe rivelarsi fastidiosa. E bisogna farlo il più vicino possibile al centro della città.
Permettetemi anche di spendere una parola per un problema che si potrebbe risolvere domani mattina: l’unica sala a disposizione della collettività è la sala Di Giacomo a Palazzo Baldoni. Una saletta da 100 posti, adatta per conferenze e che straordinariamente – anche se in maniera nient’affatto felice – viene usata anche per eventi artistici. Bene: la scorsa amministrazione ha imposto il pagamento fino a 200 euro per l’uso privato. Ecco: togliamo quest’obolo offensivo. Nelle condizioni in cui versa la città, appena descritte ma davvero ben più gravi di quanto appaia in queste mie poche parole per ciò che riguarda gli spazi a disposizione, è persino oltraggioso.
Potrei andare avanti molto a lungo, ma lo spazio gentilmente concessomi da questo giornale (che ringrazio per la richiesta) sta per esaurirsi. Come vedete, il Jova Beach Pary è qualcosa di mastodontico, persino epocale per Montesilvano, ma non basta. Può servire per superare i propri limiti. Sarebbe bello a questo punto porsi un obiettivo, perché i risultati li raggiunge solo chi ha una visione chiara di ciò che vorrà realizzare e i sognatori – quelli veri – hanno plasticamente in testa l’obiettivo che vogliono raggiungere. Sarebbe bello, dicevo, far tornare Jovanotti in città tra 10 anni, il 7 settembre 2029, in un incontro che faccia da consuntivo di un percorso che senza il Jova Beach Party non sarebbe mai iniziato. Lo schema sarebbe questo: caro Lorenzo, questa era Montesilvano 10 anni fa; questo abbiamo poi fatto in questi 10 anni, grazie soprattutto allo slancio e alla filosofia del tuo party. Qualcosa mi dice che Lorenzo sarebbe entusiasta di questa storia. Ora, però, bisogna lavorare a testa bassa, sempre con in mente, chiara e limpida, l’immagine della città futura che vogliamo.

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