La nevicata del ’56 (seconda parte)

   di Vittorina Castellano

(.. continua) Era la tristemente famosa nevicata del ’56.

«Ragioniamo con calma, direi di prendere tutte le pentole più grandi per riempirle della neve che togliamo per fare la galleria. Potrebbero gelare le tubature dell’acqua per molti giorni, cercate in casa dei contenitori che riempiremo di neve – intervenne il padre della bambina – tu, Lisa, prendi il batticarne della nonna e schiaccia in modo da fare uscire l’aria imprigionata dai fiocchi di neve, così si possono riempire bene i recipienti.»

In pochi minuti, ben coperti da caldi maglioni, tutti i componenti della famiglia erano al lavoro, sembrava una catena di montaggio: chi scavava, chi portava secchi e pentole e chi comprimeva la neve con veemenza!

«Bisogna scavare un tunnel prima in orizzontale verso il centro della strada, non sappiamo quanto sia alto il manto di neve e poi scaveremo verso l’alto per vedere il cielo – continuò ragionando da bravo maestro elementare, qual era, il padre di Lisa – Speriamo che i vicini facciano la stessa cosa in modo da creare un sentiero centrale nella coltre nevosa.»

Nessuno parlò per un po’ di tempo, la fatica si faceva sentire, si percepiva solo il rumore ovattato della paletta del camino che grattava sulla barriera di neve e i colpi ritmici che Lisa imprimeva con il batticarne. Il tunnel avanzava, i contenitori erano quasi tutti colmi di neve.

«Arpuseteve nu ccone, assitteteve a fà culaziòne, vi so fatte li biscutte e siccome m’à scite toste gne na prete, azzuppetele na lu latte – interruppe il silenzio la nonna – lu sacche sbute nen s’ammandè!>>

Il tavolo di cucina era di marmo, enorme, tutto ricoperto di capienti tazze ricolme di latte; la colazione era il primo “rito” della giornata: tutti insieme, appassionatamente.

Nemmeno una nevicata straordinaria come quella del ’56 avrebbe potuto interrompere la meravigliosa tradizione di famiglia. Confortati dal cibo ristoratore, tutti ripresero il lavoro interrotto. La galleria, alta circa un metro e settanta e larga una sessantina di centimetri aveva raggiunto più di un metro di profondità.

«Dovremmo essere al centro della strada – disse il papà – ora provo a scavare verso l’alto. Non posso sapere lo spessore dello strato, spero non mi crolli la neve in testa. Mi raccomando, state pronti a tirarmi via se dovesse succedere. State fuori dal tunnel, Vi dico io quando venire a prendere il secchio pieno di neve.»

L’uomo scavò con delicatezza, quasi accarezzasse la candida copertura. Tutti guardavano in religioso silenzio quasi trattenendo il respiro per non fare rumore. Non c’erano più contenitori disponibili e così la madre di Lisa, aiutata dai fratelli, ne svuotò alcuni nella vasca per il bagno. «Ci siamo, l’aria mi sfiora il viso – annunciò con gioia suo padre – nevica ancora, il cielo è plumbeo. Ho scavato una quarantina di centimetri perciò deduco che il manto nevoso superi abbondantemente i due metri. Sono stanco, datemi il cambio!»

L’uomo non sentiva più le mani, ormai gelide, aveva scavato senza guanti per una maggiore percezione dello strato da eliminare. La moglie gli porse una borsa di acqua calda e una coperta tenuta al caldo vicino al focolare e poi lo fece sedere in poltrona dove, dopo qualche minuto, si addormentò, stremato di tensione e di fatica. Intanto il nonno aveva allargato l’apertura sulla strada e cominciò a chiamare per nome i vicini.

«Giuvà, Vincè, scavate pure voi, ci incontreremo al centro della strada così insieme faremo il passaggio per scendere in piazza – diceva il nonno quasi urlando per farsi sentire meglio – qua n’allende pe’ mò a nevicà!»

«’Ngiulì, stinghe pe’ arrivà! – rispose Giovanni – scanzete sennò t’accoje nghe la pale!»

I due amici si abbracciarono felici come se si fossero rivisti dopo tanti anni di lontananza, poi a gran voce chiamarono il vicino

«Vincè, dove ti trovi? Noi siamo al centro della strada, vienici incontro»

Gli uomini continuarono a spalare per ore, accumulando la neve ai lati del sentiero, là dove non c’erano i portoni delle abitazioni. Corso dei Vestini ricordava la scena di quando Mosè creò il passaggio nel Mar Rosso dividendo le acque: al centro uno stretto sentiero e ai lati barriere di candida neve.

Così isolati avrebbero potuto resistere almeno un mese, la dispensa della nonna, per fortuna, era sempre ben fornita, i mezzadri che coltivavano la campagna del nonno, ogni fine settimana portavano canestri colmi di prodotti, dalle uova alla frutta e alla verdura. Interi scaffali erano occupati da bottiglie di conserva di pomodoro, da barattoli di confetture di frutta, di carciofini e melanzane sott’olio.

Nevicò ancora per qualche giorno, la neve veniva regolarmente rimossa e accumulata ad aumentare barriere laterali mentre il centro della strada sembrava una pista di bob e quando finalmente uscì il sole, si riempì di grida gioiose di bambini che a cavallo del prete di legno slittavano giù per la discesa fino ad arrivare alla Piazza XX Settembre.

Lisa e i genitori si fermarono a casa dei nonni per una decina di giorni, il tempo necessario a liberare dalla neve le rotaie del trenino che li doveva riportare a Villa Verrocchio.

Un rumore secco destò Lisa che, cullata dai ricordi, si era addormentata: la tazza di porcellana del cappuccino le era sfuggita dalla mano e giaceva a terra in mille pezzi. (continua …)

Lascia un commento