Malattia inguaribile
di Miriam Severini
C’è una strana malattia che colpisce molte città italiane. Non provoca febbre, non manda al pronto soccorso, ma paralizza qualsiasi idea di futuro. Si chiama campanilismo amministrativo. E lungo quei pochi chilometri che uniscono Pescara, Montesilvano e Spoltore questa malattia sembra avere trovato il suo habitat naturale.
Perché bisogna dirlo chiaramente: chi percorre la riviera o attraversa le aree urbane che collegano questi tre comuni, semplicemente non percepisce più alcuna divisione reale. Non esiste soluzione di continuità. Le case sono attaccate alle case, i negozi ai negozi, le persone vivono, lavorano, fanno la spesa e prendono il caffè come se abitassero già dentro un’unica grande città. E infatti, nei fatti, questa città esiste già. Solo che continua ostinatamente a fingere di essere tre città diverse.
Basta fare cento metri sul lungomare e si entra in un altro comune. Si attraversa una strada e cambia il municipio. Si supera Villa Raspa e improvvisamente si entra in un’altra entità amministrativa, con altri uffici, altre competenze, altri regolamenti, altre burocrazie, altre poltrone. Una specie di Risiko urbanistico dove il cittadino, spesso, non capisce nemmeno più a chi appartenga il marciapiede su cui sta camminando.
Eppure nel 2014 era successo qualcosa di enorme. I cittadini avevano parlato. E avevano parlato forte. Il referendum sulla fusione aveva registrato una larga affermazione del sì, con percentuali importanti e un consenso popolare che, almeno in teoria, avrebbe dovuto aprire la strada alla nascita della “Grande Pescara”. Un’idea moderna, europea, perfino banale nella sua logica: unire territori ormai saldati dalla vita quotidiana, creare una realtà urbana più forte, più competitiva, più efficiente.
Ma in Italia accade spesso una cosa curiosa: si celebrano i referendum finché il popolo vota nel modo giusto. Quando invece il risultato comincia a disturbare equilibri, abitudini o piccoli poteri locali, improvvisamente iniziano i distinguo, le interpretazioni, le frenate, i cavilli, i “sì ma”, i “forse”, i “vedremo”, i “serve un approfondimento tecnico”.
E così, a distanza di anni, siamo ancora qui a discutere se abbia senso o meno fondere tre città che sono già unite nella realtà.
La domanda vera è: perché tanto accanimento nel difendere questi confini amministrativi? Per quale ragione si continua a proteggere strutture comunali separate come fossero antichi regni medievali? Davvero qualcuno pensa che un cittadino di Montesilvano perderebbe la propria identità entrando in una grande città metropolitana adriatica? Davvero si crede che Spoltore smetterebbe di avere la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni?
La verità è che nessuno vuole cancellare nulla. Nessuno vuole abbattere campanili, eliminare feste patronali o riscrivere la memoria dei luoghi. Parigi ha i suoi arrondissement, Roma i suoi quartieri storici, Milano mantiene identità fortissime tra zone diversissime tra loro. Eppure nessuno si sogna di dividerle in piccoli comuni autonomi solo per difendere il ricordo del passato.
Qui invece sembra che il problema sia diventato quasi esistenziale: chi comanda cosa? Chi mantiene il proprio piccolo spazio di influenza? Chi conserva assessorati, incarichi, partecipate, uffici, dirigenti, consigli comunali, simboli, stemmi, micro-poteri?
Domande legittime. Perché a un certo punto il sospetto viene. Eccome se viene.
È difficile infatti credere che la battaglia contro la fusione sia davvero motivata soltanto da nobili ragioni identitarie. Soprattutto quando si parla di una realtà urbana che, una volta unificata, arriverebbe a meno di 200 mila abitanti. Meno di un quartiere di Roma. Una dimensione normalissima in qualsiasi parte d’Europa.
Eppure qui si combatte come se si dovesse decidere il destino dell’Impero Romano.
Nel frattempo i cittadini continuano a fare i conti con servizi duplicati, procedure complicate, pianificazioni urbanistiche scollegate, trasporti da coordinare, politiche territoriali spesso incapaci di guardare oltre il proprio recinto municipale.
Una grande città, invece, potrebbe avere ben altro peso politico e istituzionale. Potrebbe attrarre investimenti, progettare infrastrutture in modo unitario, rafforzare turismo, università, commercio, servizi sociali e trasporti. Potrebbe finalmente ragionare come un sistema urbano moderno e non come tre parenti che litigano continuamente sulla divisione del salotto.
Certo, i problemi esistono. Le fusioni non sono mai passeggiate burocratiche. Servono equilibrio, visione, capacità amministrativa. Ma davvero qualcuno pensa che siano ostacoli insormontabili? In Italia si costruiscono ponti, si accorpano province, si ridisegnano enti, si affrontano riforme gigantesche. Possibile che unire tre comuni attaccati tra loro venga raccontato come una missione impossibile?
La sensazione è che manchi soprattutto il coraggio. Il coraggio di spiegare ai cittadini che il futuro non si difende chiudendosi dentro vecchi confini. Che il mondo corre veloce e che le città competitive sono quelle che crescono, si integrano, fanno sistema.
Perché alla fine la domanda è semplicissima. Ed è una domanda che chiunque percorra questa costa si pone quasi automaticamente: ma davvero ha ancora senso fingere che siano tre città diverse?
Forse no.
Forse la verità è che la Grande Pescara fa paura proprio perché sarebbe davvero grande. Non enorme nei numeri, ma nella visione. E le visioni, si sa, disturbano sempre chi sta comodo nel proprio piccolo cortile amministrativo.
