Olimpiadi Milano/Cortina. AZZURRO DONNA
Quando la sera di domenica 22 febbraio, al culmine di una cerimonia di chiusura improntata all’universalità dei valori culturali, artistici e temperamentali del popolo italiano, si sono spenti i due bracieri olimpici a Milano e a Cortina, nello scenario semplicemente unico dell’Arena di Verona è calato un velo di soffusa malinconia, come accade sempre al termine di una festa riuscita che si fatica a chiudere per quanto ci si è trovati bene.
Lo spettacolo messo in scena dai virtuosi della danza (Roberto Bolle), della lirica (il tenore Vincenzo Costanzo ed il soprano Carolina Lopez-Moreno), dai protagonisti della “pop music” (il dj Gabry Ponte e … nientepopodimeno: Achille Lauro) e da tanti altri protagonisti e comprimari ha visto però al centro, come sempre e come giusto, diverse centinaia tra atlete ed atleti in rappresentanza di 92 Paesi.
Sono loro, vincitori o no, gli attori principali di questa ultramillenaria ritualità vitalistica che l’umanità celebra dai tempi dell’Ellade arcaica ed è significativo che lo stesso Omero nelle sue opere maggiori, l’Iliade e l’Odissea, faccia riferimento a discipline e regole da considerare a tutti gli effetti prodromiche a quei giochi che vedranno la luce solo qualche anno dopo la (dibattuta) esistenza del “cieco aedo”.
Ancor più significativa è però apparsa la presenza e soprattutto l’opera di quei volontari che non solo nei diciassette giorni di apertura, ma in tante settimane e mesi di febbrile preparazione hanno dato testimonianza fattiva di un’Italia che al netto di pregiudizi capziosi e di oggettive difficoltà di partenza o sopravvenute ha saputo rispondere con misura e maturità alle responsabilità attribuite.
Certo, hanno aiutato come sempre arte, natura e l’ istintiva cordialità intraprendente di tanti italiani, ma senza l’apporto decisivo di chi è abituato ad agire nell’ombra di un sistema che ha nel lavoro di squadra il suo fondamento pratico ed etico un’impresa logisticamente e ambientalmente complessa come un’Olimpiade invernale non si sarebbe potuta non dico disputare, ma nemmeno concepire e programmare.
Alla fine questa festa internazionale a tinte tricolori si è svolta tranquillamente e senza sbavature ed incidenti di rilievo, con atleti, dirigenti ed appassionati di ogni parte del mondo che sono tornati ai propri Paesi serbando nei ricordi l’immagine e la sostanza di una Nazione attraente, efficiente ed ospitale.
Premesso che sono da mettere al bando atteggiamenti eccessivamente trionfalistici e celebrativi nei quali del resto noi italiani non siamo affatto versati, non si può negare che, o per bravura o per fortuna, queste due settimane e più di svolgimento di gare che per condizioni ambientali (neve, ghiaccio, freddo, precipitazioni) erano piuttosto difficili da gestire siano … scivolate come meglio non si poteva, facendo giustizia anche di quelle polemiche che alla vigilia si erano accentrate sulla sostenibilità finanziaria e sull’inutilità di impianti di incerta utilizzazione futura.
Ma l’ingente impegno finanziario assunto per la creazione o ristrutturazione di infrastrutture sportive del livello di quelle messe in gioco per Milano-Cortina si giustifica ampiamente per la ricaduta eccezionalmente positiva sul comparto turistico delle regioni e delle province autonome interessate. La crescita dell’interesse e della presenza di turisti stranieri, registrata già qualche anno prima della celebrazione dei Giochi, è destinata a consolidarsi e ad implementarsi negli anni a venire, determinando un benefico effetto sull’indotto del settore e con riflessi sull’intera economia nazionale.
Non va ignorato, poi, che si è trattato di un’Olimpiade “diffusa” per sedi di gare e logistica di sostegno, una diversificazione di centri ed eventi che non ha significato frammentazione ma un sostanziale e benefico equilibrio tra città e montagna che ha garantito strutture cittadine sufficientemente capienti a sport di contenuto più popolare, come il pattinaggio e l’hockey su ghiaccio e scenari di pura montagna dal fascino mozzafiato per i classici sport della neve, come lo sci alpino, quello di fondo ed il biathlon.
La moltiplicazione dei centri interessati ha nel contempo garantito la massima pubblicità a città grandi e piccole, dando nuovo lustro e rispolverata attrattività anche a posti lontani dai tradizionali palcoscenici noti sia per le manifestazioni sportive che per la presenza ed il soggiorno di ondate di turisti.
Sta adesso alla saggezza e lungimiranza di tutti gli attori in campo, politici, amministratori e imprenditori non disperdere il patrimonio complessivo generato da questo evento per utilizzarne gli effetti implementando consistenza e redditività di ogni settore e comparto della nostra economia.
Detto del meritato successo a livello organizzativo, ancor più positivo è il giudizio finale quanto a prestazioni e risultati degli atleti azzurri impegnati in discipline nelle quali dovevano vedersela con concorrenti preparatissimi e di assoluta caratura internazionale.
Il bilancio finale, volendo stare solo ai numeri, è di trenta podi complessivi, di cui dieci ori, sei argenti e ben quattordici bronzi, miglior risultato di sempre nelle nostre partecipazioni che risalgono a Chamonix 1924. Nel medagliere, una classifica tanto ufficiosa quanto prestigiosa, siamo piazzati al quarto posto, ma secondo alcuni anche al terzo, se si prende in esame il numero complessivo delle medaglie vinte; comunque sia siamo sullo stesso gradino della piccola ma sportivamente attrezzatissima Olanda e dietro solo ad una delle regine tradizionali degli sport invernali, la Norvegia, e alla corazzata U.S.A., superpotenza “onnisportiva” che però il piccolo popolo dei Fiordi ha saputo relegare al secondo posto. Dietro di noi autentiche “corazzate” dello sport planetario come Germania, Francia, Cina e Gran Bretagna, solo per indicarne alcune, a dimostrazione del valore di una tradizione che vede nella Federazione Italiana Sport Invernali ( FISI) e nei settori sportivi di tutte le nostre Forze Armate e di Polizia dei solidi presidi di qualità tecnica e di efficienza operativa.
Ma dalle classifiche dei vincitori balza una verità che non sorprende più ma rimane bellissima: le glorie italiche anche negli sport della neve e del ghiaccio sono colorate di rosa: una vera e propria esplosione (non recentissima né inaspettata, per la verità) di atlete che nelle loro gesta hanno saputo accordare alla potenza e alla velocità quella grazia e quella sensibilità che sono doti affascinanti e tipiche dell’universo femminile. Tra tutte spiccano le figure di tre ragazze dal diverso carattere e dalla differente storia ma accomunate dall’impegno e dalla capacità di sacrificio che hanno saputo mettere in campo per superare limiti ed inconvenienti di varia natura.
FEDERICA BRIGNONE Quando una donna riesce a dare una prova suprema di determinazione e coraggio, divorando a morsi di carattere giorni e giorni di dolore fisico e di preoccupazione per il proprio futuro, allora non parliamo di solo sport ma di autentico eroismo umano destinato a sconfessare l’impossibile.
E’ il caso di Federica Brignone, figlia d’arte (sua madre, Maria Rosa Quario fu componente della mitica “Valanga Rosa”), la cui carriera, già brillante e prestigiosa dai lontani esordi risalenti al 2005, sembrava arrivata al capolinea quel maledetto 3 aprile 2025 ai Campionati Italiani in Val di Fassa, quando a seguito di una rovinosa caduta riportò la frattura scomposta del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, oltre alla rottura del legamento crociato del relativo ginocchio. Data la gravità delle lesioni riportate e la vicinanza temporale con le Olimpiadi solo pochi iperottimisti avrebbero scommesso anche solo sulla semplice presenza della valdostana (ma nata a Milano).
E invece Federica sorprendendo il mondo intero non solo è riuscita a bruciare le tappe di un recupero rivelatosi oggettivamente miracoloso, ma è piombata sulle Tofane di Cortina imperversando sulle avversarie grazie al suo stile arioso e solenne (“come un quadro del Mantegna”, dice lei) fino ad ottenere un trionfo colorato oro sia nel Supergigante che nello Slalom Gigante. Davvero un esempio raro di resistenza e reattività che simboleggia e rappresenta ciò che di meglio hanno in dote le donne italiane: determinate e toste ma soprattutto bravissime e disinvolte specialmente nelle difficoltà e nei disagi della vita.
FRANCESCA LOLLOBRIGIDA Gli sport invernali in Italia hanno sempre patito oggettivamente un limite territoriale di partecipazione e interesse essendo principalmente dislocati nelle sei regioni alpine (Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli-Venezia Giulia).
Ma a dimostrazione di un sia pur parziale livellamento di abitudini tra nord e sud ecco servita la storia di Francesca Lollobrigida, pattinatrice di velocità su ghiaccio, nata e cresciuta, pensate un po’, a Frascati, uno dei più rinomati centri dei Castelli Romani, tra i più vicini alla Città Eterna, famoso per le storiche “scampagnate fuori porta” dei cittadini dell’Urbe e soprattutto per l’omonimo vino bianco, dal sapore sapido e armonioso. Il nonno paterno di Francesca era fratello di Gina Lollobrigida, indimenticabile star cinematografica internazionale, dotata (anzi, “Superdotata”, come la definì Vittorio De Sica) di straordinario fascino cui però si accompagnava una grande sensibilità artistica che fuori dal set spaziava dalla fotografia alla scultura.
Erede di cromosomi tanto illustri, la nostra pattinatrice ha dimostrato nel corso della sua carriera sportiva di avere tanta di quella grinta da superare anche lei traversie che avrebbero fermato chiunque non avesse avuto il suo carattere.
A pochi mesi dall’impegno olimpico l’atleta laziale era stata colpita da un’infezione che non solo ne aveva compromesso la preparazione, ma ne aveva fiaccato il fisico al punto di pensare di abbandonare non solo la prospettiva olimpica, ma la stessa carriera agonistica.
Invece lo spirito di chi nel 2006 aveva sostituito alle rotelle le lamine per il ghiaccio e che nel pieno di un’attività in crescendo aveva scelto di sposarsi e di mettere al mondo un figlio ha compiuto il miracolo sportivo di una splendida doppietta nei 3000 metri il 7 febbraio, proprio il giorno del suo compleanno e poi anche nei 5000, distanza un po’ meno gradita da parte della rappresentante dell’Aeronautica Militare.
LISA VITTOZZI Mentre in Mesopotamia i Sumeri inventavano la ruota, la scrittura cuneiforme e il mattone, i Vichinghi “d’antan” lottavano contro nemici e animali selvatici per difendere o conquistare terre e per procacciarsi il cibo necessario.
Date le condizioni ambientali avevano imparato, per così dire, a praticare lo sci di fondo per spostarsi velocemente sulla neve e a fermarsi di tanto in tanto per cercare di colpire le prede con le armi allora a disposizione, frecce e lance da scagliare con forza e precisione.
Con un salto di diversi millenni eccoci piombati nel XVIII secolo, quello dei “Lumi”, quando gli eserciti di Paesi come la Norvegia e la Svezia adottano gli antichi sistemi venatori e guerreschi nelle loro modalità di addestramento militare, codificandoli in regole e organizzando a loro riferimento le prime competizioni sportive interne e bilaterali. Nasce così quello che oggi chiamiamo Biathlon, specialità che unisce alla corsa di fondo sugli sci il tiro al bersaglio con carabina e col tempo questa pratica entra di diritto tra quelle riconosciute a livello olimpico. A lungo riservato agli uomini, alle Olimpiadi di Albertville (Francia) del 1992 furono ammesse anche le donne. Tre anni dopo a Pieve di Cadore nel Bellunese nasce Lisa Vittozzi che a diciott’anni, nel 2014 inizia una carriera che la porterà a vincere due ori ai Mondiali Giovanili di quello stesso anno, il bronzo di staffetta alle olimpiadi sudcoreane del 2018, nonché numerosi successi distribuiti in varie stagioni nelle diverse estrinsecazioni del biathlon.
Dopo aver superato nel 2019 un periodo di profonda crisi psicologica ed un grave infortunio alla schiena patito durante la stagione 2024-2025, l’atleta dei Carabinieri Forestali si presenta a Milano-Cortina, anzi, per la precisione, alla pista altoatesina di Anterselva con più di un dubbio sulle sue condizioni psico-fisiche.
C’è voluto il vento atesino a spazzarli tutti: al termine di una gara perfetta soprattutto per la precisione nei tiri, che in passato si erano rivelati i suoi talloni d’Achille, la bella … bellunese sbaraglia tutte le avversarie nella 10 chilometri e brinda all’oro facendo risuonare per la prima volta in questi Giochi l’Inno di Mameli.
Tre donne, tre storie, tre esperienze di vita con estrazioni umane diverse, ma accomunate dagli stessi valori di capacità resiliente, di amore per la vita e di talento allo stato puro: preziosissimi gioielli grazie ai quali è possibile superare ogni limite di fisicità strutturale e qualsiasi condizionamento di ordine psicologico.
Che poi sono gli stessi tesori riconoscibili in tante nostre compagne, mirabilmente sublimati e celebrati dinanzi al mondo intero nella più bella delle feste sportive.




