Il Grande Sorpasso
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La Grande Pescara: l’eterna incompiuta di un coraggio mancato

di Miriam Severini

Ci sono idee che nascono grandi, ma che vengono fatte morire piccole.
La 
Grande Pescara è una di queste.

Da quando i cittadini — con un voto limpido e democratico — hanno approvato il referendum per l’unificazione dei comuni di Pescara, Montesilvano e Spoltore, sono trascorsi undici anni di immobilismo istituzionale, undici anni di riunioni, commissioni, piani di studio, audizioni e “tavoli tecnici” che hanno prodotto più verbali che risultati.

Ogni volta si è detto che “mancano le condizioni”, che “servono approfondimenti”, che “è necessario capire come armonizzare i servizi”. Ma dopo tutto questo tempo, la domanda rimane inevasa: quali servizi sono davvero così difficili da unificare?
Non si parla mai di sostanza, ma sempre di pretesti.

La verità, per chi ha il coraggio di guardarla in faccia, è che la Grande Pescara si è arenata non per motivi tecnici, ma per paura politica.
Nei comuni coinvolti, soprattutto a Spoltore e Montesilvano, si è preferito 
difendere i propri confini, le proprie piccole autonomie amministrative, le proprie zone d’influenza, piuttosto che fare un passo verso una visione metropolitana capace di competere in Europa.

Nel frattempo, il tempo è passato.
E con il tempo, abbiamo
perso centinaia di milioni di euro in finanziamenti, opportunità e progettualità che una città metropolitana unita avrebbe potuto intercettare. Abbiamo perso la possibilità di diventare un polo attrattivo di sviluppo, di cultura, di servizi e di innovazione.
Abbiamo perso, in sintesi, 
credibilità e futuro.

E mentre perdiamo, continuiamo a parlare.
Commissioni su commissioni, studi su studi, riunioni su riunioni.
Un interminabile esercizio di burocrazia e prudenza che ha finito per trasformarsi in un 
paravento per l’inazione. Si parla di semplificazione, ma si pratica la complicazione. Si invoca la trasparenza, ma si nascondono le vere ragioni del blocco dietro parole vuote come “criticità” e “tempistiche”.

E allora, diciamolo chiaramente: la Grande Pescara non ha bisogno di altri studi, ma di coraggio.
Serve una classe dirigente che sappia guardare oltre il perimetro del proprio municipio, oltre l’interesse di parte, e che torni a parlare il linguaggio del futuro.
Serve una visione unitaria che dia forza a un territorio che per storia, per geografia e per economia è già una realtà integrata, solo che non lo sa (o non vuole ammetterlo).

Perché la verità è semplice: la Grande Pescara esiste già — nei flussi di pendolari, nelle relazioni economiche, nella vita quotidiana dei cittadini — ma non esiste ancora nelle scelte politiche.
E questo scarto, questo ritardo, è diventato intollerabile.

Continuare a rinviare significa soltanto tradire la volontà popolare e consegnare il nostro territorio all’irrilevanza.
Ogni giorno di attesa è un’occasione perduta, un treno che passa e che non tornerà.

Ora basta.
Basta giustificazioni, basta rinvii, basta “valutazioni in corso”.
La 
Grande Pescara non è un sogno da custodire in un cassetto, ma un dovere da realizzare subito.
E chi oggi continua a frenare questo processo, chi preferisce il piccolo cabotaggio del consenso locale al grande respiro della visione collettiva, dovrà assumersi la responsabilità — davanti alla storia — di aver rinunciato al futuro.

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