Contro il determinismo: La costruzione dei significati
di Marco Tabellione
Nei suoi studi sulla sincronicità Jung giunge a coniugare le indeterminazioni inevitabili della scienza (ad esempio l’impossibilità di prevedere i movimenti di un elettrone) con i casi di coincidenze inspiegabili che tuttavia ci impressionano e catturano. Il grande studioso fa un esempio: un primo aprile era intento a lavorare sul simbolo del pesce nelle civiltà antiche e trovò che a pranzo avevano cucinato pesce. Jung naturalmente non si lascia andare alla superstizione, tuttavia riflette sulla reazione umana a tali coincidenze, coincidenze che noi non possiamo impedirci di notare e cercare di significare. Ed è proprio in questo tentativo di significazione che Jung giunge a rivalutare la sincronicità e a riscoprirla anche nelle esperienze apparentemente superstiziose delle antiche pratiche divinatorie e mitologiche.
Il senso è che la pratica mistica, mitologica, divinatoria o semplicemente superstiziosa rappresenta sì una mistificazione della realtà, ma una mistificazione che ha la forza di produrre una lievitazione semantica. Dalla costruzione di senso delle antiche mitologie nascevano i valori condivisi che permettevano l’armonia sociale. Dunque un’intera civiltà, dedita all’immaginazione e alla superstizione, riusciva in tal modo a proiettare significati sulla realtà e a ricavarne indicazioni etiche e morali di comportamento.
Oggi invece il dominio della visione scientifica, anche nelle sue diramazioni tecnologiche e consumistiche, tende a far prevalere l’esplorazione delle cause piuttosto che l’individuazione dei significati. La scienza però ci dice o prova a dirci “come” e non “perché”, studia le cause della vita non i motivi. Solo le discipline non legate alle rigorosità scientifiche possono esplorare la dimensione ipotetica del perché. Si tratta di discipline che creano il senso piuttosto che trovarlo. D’altra parte tutto è proiezione, anche la scienza costruisce paradigmi che sicuramente hanno una applicabilità pratica, ma sorgono da visioni piuttosto che realtà in sé. Nietzsche stesso sosteneva che quelle della scienza non sono spiegazioni ma interpretazioni. In effetti se facciamo riferimento ad una delle scoperte più celebri dell’astronomia, legata alla nascita dell’universo, è chiaro che la teoria del big bang ricorre ad una immagine che è più simbolico-mitica che scientifica, e che dunque ha anche un significato mitologico.
La diffusione di ansiolitici, barbiturici, droghe, disagi e malattie psicologiche come anoressia, bulimia, attacchi di panico e ansia, un tempo pressoché sconosciute, a detta di Jung sono una conseguenza della secolarizzazione, vale a dire della repressione del bisogno religioso e di conseguenza dell’eliminazione dell’effetto di compensazione dato dai miti e dai riti delle religioni. Ma da dove sorge la compensazione? E’ evidente che la compensazione dei disagi e degli squilibri psichici giunge da una conquista semantica che il mito o il rito religioso riescono a produrre, in qualità di sistemi costruttori di senso.
L’acquisizione di un senso, per di più un senso comune, consente l’accettazione di ogni qualsivoglia trauma o sconforto, ma anche di fatiche, sofferenze. Lo stesso dolore può diventare più sopportabile se per noi acquista un senso, se ha uno scopo. Ciò vuol dire che più che una scienza che ci spieghi la causa dei fenomeni, o di una tecnologia che si affanni a risolvere tutti i problemi del vivere quotidiano, come se si potesse finalmente eliminare ogni forma di negatività (questa sì che è una bella utopia), noi abbiamo bisogno di qualcuno, parole o storie che ci dicano che ciò che viviamo nel bene e nel male ha un senso. Ed ecco, credo che sia davvero questo il compito dell’umanità futura: dare significati edificanti e condivisibili a questa cosa strana che chiamiamo vita.
