Nella morsa della Giustizia (quarto e quinto capitolo)

di Domenico Di Carlo

IL GIORNALISTA INTREPIDO

Alle nove una telefonata raggiungeva la redazione del giornale “La Nazione”.

«Buongiorno!» disse un signore all’altro capo del telefono.

«Senta, mi chiamo Carlo e abito nel quartiere di San Frediano, faccio il rappresentante di utensili per la casa.

Questa mattina ero al bar sportivo “Forza Viola” e, mentre leggevo il giornale, ho sentito il barista che farfugliava con il vecchio droghiere del posto riguardo alla scomparsa di una ragazza di buona famiglia».

«La ringrazio signore per il senso civico che dimostra, passerò l’informazione a un nostro giornalista che si occupa di cronaca nera e inchieste giudiziarie, tra poco dovrebbe essere in redazione. Se mi lascia il suo numero di telefono, la farò contattare» rispose l’impiegato.

«Mi dispiace, ma se la notizia è vera, non intendo essere coinvolto in questa faccenda» così interruppe la conversazione lo sconosciuto, senza permettere alcuna replica.

Nel frattempo, giunse in redazione il giornalista Marco Corsi, proprio colui a cui si stava riferendo l’impiegato. Gli amici lo chiamavano “sale fino” perché, proprio come il sale si usa ovunque in cucina, lui si infilava in ogni sorta d’inchiesta di genere.

Aveva seguito le più scottanti indagini degli ultimi dieci anni. Era un giornalista esperto, tenace, con una tempra da vero poliziotto, sapeva dove indagare e cercare notizie, quali persone avvicinare e aveva in ogni quartiere un suo referente. Sarebbe stato in grado di competere con un avvocato penalista o un pubblico ministero.

«Marco! Ho appena ricevuto una soffiata al telefono, riguarda una ragazza di buona famiglia che sarebbe scomparsa nel quartiere di San Frediano; potresti occuparti tu del caso. Il tizio avrebbe appreso la notizia mentre stava prendendo il caffè al bar sportivo “Forza Viola”, proprio sentendo il barista che spettegolava con un vecchio droghiere del posto» esordì l’impiegato senza neanche salutarlo.

«Corro subito» rispose Corsi con una particolare luce negli occhi.

Dopo neanche una decina di minuti, il giornalista aveva raggiunto il caffè sportivo, vi entrò con aria sorniona e cercò di approcciarsi al barista, senza però riuscire a ottenere sufficienti notizie per intavolare un articolo.

Fece per andarsene, ma mentre stava per salire in macchina, gli venne in mente di recarsi alla vicina stazione dei Carabinieri. Marco poteva dire di conoscere il maresciallo Parenti, dato che i due avevano avuto modo di incontrarsi e collaborare in più occasioni.

Una volta raggiunto il comando, suonò il campanello.

«Carabinieri, chi è?» rispose l’appuntato.

«Buongiorno, sono Marco Corsi, giornalista, cerco il maresciallo Parenti».

«Le apro il portone e l’accompagno». Dopo averlo portato in sala d’attesa, l’appuntato continuò: «Si accomodi, l’annuncio al comandante».

Si incamminò lungo il corridoio per raggiungere la porta dell’ufficio del maresciallo. Bussò.

«Avanti!»

«Comandante, c’è il giornalista Corsi che vorrebbe conferire con lei».

«Lo faccia entrare».

Dopo essere stato accompagnato, Marco entrò nell’ufficio e i due si salutarono con una stretta di mano e un reciproco sorriso apparentemente amichevole, che però nascondeva sentori indagatori: il giornalista voleva lumi per il diritto alla libera informazione del cittadino, mentre il maresciallo non era intenzionato a parlare riguardo al caso, perché convinto che la segretezza fosse la soluzione migliore. Una sorta di lotta millenaria tra il lupo e la volpe, tra la forza e l’astuzia, dove nessuna delle due parti era intenzionata ad arrivare seconda.

«Ben rivisto Corsi! La trovo in forma, forse non corrono troppe notizie di cronaca nera negli ultimi tempi?» esclamò con un sorriso ironico il maresciallo.

«Al contrario! Lavoro notte e giorno perché ho il dovere di ricercare notizie veritiere e autorevoli: il cittadino deve avere sempre informazioni corrette. Inoltre sono sempre in movimento perché devo anche arrivare per primo, lei sa che c’è competizione tra i giornalisti, e arrivare primo significa prestigio e risultati economici» rispose Corsi, con espressione rilassata e sorriso garbato.

«Conosco bene il vostro mondo, che non poche volte mette a disagio i tutori dell’ordine pubblico e della sicurezza» aggiunse Parenti.

«Mi sono arrivate delle notizie, non so fino a che punto fondate, riguardo una ragazza scomparsa di San Frediano.

Mi può confermare con più precisione, per quanto il suo dovere glielo consente?»

«Lei sa che sono tenuto alla riservatezza, sono in corso delle indagini di polizia giudiziaria, proprio questa mattina ho trasmesso il fascicolo in Procura per le istruzioni, le direttive, dell’attività stessa. Non posso fornirle ulteriori informazioni ma posso assicurarle, senza venire meno al mio dovere, che la notizia è fondata». Così concluse Parenti senza dare spazio a eventuali repliche e approfondimenti, concludendo in questo modo il loro incontro.

Terminato il colloquio con il maresciallo, Marco corse al giornale per intavolare, sia pure con riferimenti vaghi e generici, un articolo sulla vicenda. Il 14 settembre, il suo giornale riportò la notizia, a fondo della prima pagina, con la firma di Corsi:

Scomparsa una studentessa universitaria di San Frediano, allontanamento volontario, rapimento, suicidio oppure omicidio?

L’articolo poneva in risalto la circostanza che l’allontanamento volontario o il suicidio erano le opzioni meno credibili considerando il carattere che in genere anima un giovane, solitamente pieno di energie, forze e speranze nel futuro.

Venivano posti degli interrogativi ai lettori.

Si tratta forse di un uomo o di una donna, di un giovane o di un anziano che ha agito in preda a una crisi depressiva o per schizofrenia? C’è stato qualche movente particolare? Oppure è successo solo per il gusto sadico di uccidere? Oppure è caduta nelle grinfie di un individuo al di sopra di ogni sospetto? Magari un uomo rispettoso e rispettato, perbene, elegante, intelligente. Gli inquirenti al momento non hanno ancora nulla di preciso in mano. Ci potrebbe essere un disegno perverso, ma non necessariamente riconducibile a una motivazione sessuale. Potrebbe forse trattarsi di rapimento allo scopo di estorcere denaro?

Interrogativi di cui lasciava la soluzione ai lettori del giornale, suscitando preoccupazione e sgomento collettivo.

L’AVVOCATO DEL DIAVOLO

Federico e Rossella oramai avevano la triste convinzione che qualcosa di grave fosse accaduto a Patrizia. Decisero di affidarsi a un avvocato di riconosciute qualità professionali, capace di incalzare e di proporre alla Procura ulteriori indagini. C’era bisogno dell’avvocato del diavolo, per questo scelsero un noto penalista della città, Edoardo Pelagatti.

I coniugi arrivarono puntuali all’appuntamento del 15 settembre, presso lo studio dell’avvocato. La segretaria li accompagnò gentilmente in sala di attesa, dove aspettarono un quarto d’ora quasi interminabile, per essere finalmente introdotti nell’ufficio, molto spazioso e luminoso. In fondo alla stanza c’era una scrivania di noce massello impreziosita da orologi da tavolo e penne stilografiche, intorno due poltroncine in pelle, mentre nel mezzo dell’ufficio c’era un salotto di velluto marrone solitamente preposto per la clientela di più riguardo; alle pareti spiccavano quadri d’autore, titoli professionali e accademici; accanto alla scrivania era appesa la toga nera con cordoni e fiocchi dorati e il colletto bianco.

Al centro della stanza c’era Pelagatti, che spiccava in mezzo al prezioso mobilio senza venirne oscurato, un uomo corpulento, con capelli bianchi elegantemente tirati dalla brillantina e dal viso tondo caratterizzato da un sorriso rassicurante.

«Piacere di conoscervi» disse l’avvocato mentre si stringevano la mano. Li guardò attentamente, con sguardo indagatore, comprendendo dall’espressione tirata del volto dei suoi interlocutori, dai loro occhi stanchi segnati da ombre violacee, che era accaduto qualcosa di grave.

«Prendete un the o un caffè?»

«Molto gentile, ma il nostro medico curante, a causa del momento, ci ha consigliato di evitare sostanze eccitanti, meglio una camomilla, se non è un problema» rispose Federico. «Sa, il suo nome ci è stato fatto da nostro cugino, lui è cancelliere in Pretura, ma abbiamo avuto modo anche di leggere sulla stampa riguardo la difesa che lei ha assunto di personaggi coinvolti in vicende giudiziarie di particolare rilievo». L’elogio del professore suscitò nell’avvocato un compiacimento che lo fece sorridere mentre portava ai due sventurati la tazza di camomilla richiesta.

«Da sette giorni nostra figlia Patrizia è scomparsa, non sappiamo se è un allontanamento volontario, anche se lo dubitiamo fortemente, con lei esiste un rapporto amorevole, di comprensione, mai uno scontro o un litigio. Non riusciamo a darci delle risposte, ma non vogliamo pensare a qualcosa di grave! Il giorno stesso della scomparsa, presi dalla disperazione, alle undici di sera siamo andati alla stazione dei Carabinieri di San Frediano, per presentare la denuncia di scomparsa di Patrizia. Ho qui una copia del verbale fatto con il maresciallo Parenti e ho anche una copia della notizia di scomparsa riportata in un articolo de “La Nazione” che sembra occuparsi proprio del caso» proseguì Federico.

«Conosco Parenti! Un uomo tutto d’un pezzo, dicono che non abbia mai conosciuto la paura dinanzi ai criminali più pericolosi. Ottimo investigatore, sarà sicuramente presto sulle tracce di vostra figlia e se qualcuno le avesse fatto del male lo individuerà e lo arresterà assicurandolo alla giustizia» disse Pelagatti con sicurezza.

Durante questo discorso la signora Rossella, seduta accanto al marito, appariva sempre più confusa e incapace di esprimere anche solo una parola, gli occhi raccontavano il suo profondo dolore, ma un piccolo barlume di sollievo si accese sentendo le parole pronunciate con tanta sicurezza.

«Perché mi possa occupare del caso, ho necessità che mi firmiate il mandato per la difesa, che depositerò in Procura. Sono a vostra disposizione e spero di darvi al più presto buone notizie» sembrò concludere Pelagatti. «Però desidero sapere, prima che ci congediamo, se Patrizia vi ha mai riferito di aver subito delle minacce, di avere un fidanzato o qualche spasimante che la cercava insistentemente. Se avete frugato nella sua stanza, tra le sue carte, appunti, quaderni di studio, nei cassetti, numeri di telefono, e quant’altro. Perché se avessi a disposizione questi elementi, li consegnerei alla Procura chiedendo l’interrogatorio di quelle persone per capire se estranee al fatto, informate sul fatto o sospettati del fatto criminoso» concluse l’avvocato, così i genitori di Patrizia gli diedero tutte le informazioni in loro possesso.

Il mattino successivo Pelagatti preparò la borsa con dei fascicoli attinenti alcuni processi insieme al mandato per difendere i Ghersi. Arrivato in Procura, la segretaria dall’anticamera lo accompagnò davanti la porta del procuratore, bussò, e aprì.

«Dottore? C’è l’avvocato Edoardo Pelagatti» lo introdusse la donna.

«Lo faccia accomodare!»

«Buongiorno dottore, come va?» esordì Pelagatti.

«Come vuole che vada con tutte queste carte? Con tutti questi fascicoli? Siamo soverchiati! Avremmo bisogno di più magistrati, più cancellieri, più impiegati, ma il governo non ascolta e così andiamo avanti, sperando nell’intelligenza, nell’esperienza e nell’aiuto divino per evitare di commettere errori» rispose Gennaro Valentini.

«Sono venuto per esporle una questione molto delicata di cui sicuramente è già a conoscenza: si tratta del caso di scomparsa della giovane Patrizia Ghersi. Le chiedo, nei limiti dei carichi di lavoro della Procura, un sollecito delle indagini, non solo per rendere giustizia umana alla vittima, ma anche per dare pace al dolore dei genitori».

«Ho affidato il caso alla sostituta Eleonora Braccesi; molto scrupolosa, non delega ad alcuno, segue personalmente le indagini e nasconde una tempra da vero pubblico ministero. La dottoressa Braccesi viene dalla Procura di Arezzo, quindi conosce bene il territorio, gli ambienti sociali e quelli che delinquono, anche perché prima di entrare in magistratura ha svolto per dieci anni l’attività di investigatore nell’arma dei Carabinieri. Sicuramente le indagini di polizia giudiziaria andranno a passo spedito» concluse Valentini.

Dopo qualche altra parola spesa chiacchierando in tranquillità, i due uomini si accomiatarono cordialmente, forse questo poteva essere l’inizio per andare avanti nelle indagini di Patrizia, Pelagatti sentiva di avere speranza.

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