Appunti di viaggio: San Clemente a Casauria (prima parte)

di Antonio Lafera

 

Oggi, attraversando la vallata che da Scafa porta verso Popoli, ove lo sguardo si sofferma su vigneti di uva matura disposti in filari lunghissimi e su oliveti verde argento già carichi di frutti, ci dirigiamo, fra i comuni di Torre dei Passeri e Tocco Casauria, verso un monumento nazionale, patrimonio UNESCO: San Clemente a Casauria. È doveroso dare alcune notizie storiche per collocarlo nello spazio e nel tempo. Secondo la testimonianza del Chronicon Casauriense l’Abbazia di S. Clemente a Casauria viene fondata nell’871, come ex-voto, dall’imperatore Ludovico II, che era scampato alla prigionia longobarda per intercessione di Papa Adriano II. Infatti la volontà politica di Ludovico II (pronipote di Carlo Magno), imperatore d’Italia dall’855, era volta ad affermare l’egemonia franca nella parte meridionale della penisola, dove era forte la presenza di Bizantini, Longobardi e Saraceni. L’ultima spedizione fallisce e il principe longobardo Adelchi lo cattura. Una volta liberato, scartata l’idea di una rappresaglia (la Chiesa aveva ormai stretto rapporti importanti con i Longobardi), Ludovico II fa sorgere l’Abbazia nell’insula casauriense, circondata dal fiume, vicino a una chiesa dedicata a San Quirico e lungo le sponde del Pescara che sin dall’801 aveva diviso naturalmente i confini dei ducati longobardi di Spoleto e Benevento. L’abbazia, situata nei pressi della via Claudia – Valeria lungo uno dei percorsi dei tratturi che da L’Aquila portavano a Foggia, si trovava lungo un passaggio obbligato per quanti, dalle zone costiere dell’Adriatico e dall’interno e per certi versi anche dal Tirreno, erano diretti verso l’oriente e il Santo Sepolcro di Gerusalemme o anche verso la spelonca dell’arcangelo Michele, sul Gargano, il cui culto era sorto con i Longobardi dei quali era il santo protettore; i pastori lo avevano introdotto, con i loro viaggi annuali della transumanza, anche in Abruzzo e oggi innumerevoli sono le grotte e le chiese ad esso dedicate. San Clemente, strategicamente importante come l’Abbazia di San Vincenzo al Volturno o quella di Montecassino alle quali l’imperatore offre la sua alta protezione considerandoli i posti più avanzati del dominio franco nell’Italia meridionale, rappresenta un caposaldo per azioni di offesa e difesa al di là del fiume Pescara: l’aspetto religioso nella fondazione si lega quindi anche a quello politico militare. L’abbazia, dotata inizialmente di dodici moggi di terreno appartenenti alla chiesa di Penne, con Lupo, abate fino al 911, domina quasi tutta la regione estendendo le sue proprietà al mare Adriatico, al massiccio della Maiella e ai fiumi Pescara e Trigno. Inoltre aveva ottenuto il diritto di eleggere l’abate in maniera autonoma, il diritto di giurisdizione civile sui territori soggetti e l’uso dello scettro.

La chiesa, dedicata inizialmente alla SS. Trinità, muta successivamente nome con l’acquisizione delle ossa di San Clemente nell’872 e vedremo che nell’architrave del portale d’ingresso è raffigurata, come in un fumetto, la leggenda della traslazione dei resti di San Clemente papa, forse il terzo successore di San Pietro che nel 96 o 97 per ordine di Traiano sarebbe stato gettato nel mare della Turchia con un’ancora attaccata al collo. I suoi resti scoperti da Cirillo e Metodio vennero riportati a Roma nell’868 (1). Nel 916 le scorrerie dei Saraceni mettono in ginocchio il monastero, i monaci sono dispersi e la chiesa è spogliata di tutto. Per quasi un secolo ci sono state varie fasi di ricostruzione, non sempre fortunate. Nel 1047 l’abate Domenico ottiene dall’imperatore Enrico III un diploma di conferma dei beni ma, dopo questa data, vedendosi trascurati in più occasioni, gli abati non si rivolgono più all’imperatore per tutelare i loro diritti bensì al Papa. Nel 1051 il nuovo orientamento della politica monastica, articolato nella fedeltà ai pontefici piuttosto che agli imperatori, era ormai in fase di avanzata attuazione. Un periodo difficile inizia per la chiesa benedettina nel 1076 quando il conte normanno Ugo da Malmozzetto, dei Normanni di Puglia che ormai spadroneggiano nell’Italia meridionale, penetra nei territori dell’abbazia e, incurante delle minacce di scomunica di papa Gregorio VII, piega la resistenza dell’energico abate Trasmondo incarcerandolo e devastando il cenobio. Per circa vent’anni l’abbazia subisce umilianti arbitrii e capillari spoliazioni, complice anche la mutata politica del Papa che nel 1080 a Ceprano aveva raggiunto un accordo con i Normanni per cui, pur di averne l’appoggio, aveva finito di avallarne l’operato.

Malmozzetto cade con uno stratagemma a tinte sessuali: invitato a un convegno amoroso dalla sorella del conte Prezza, viene catturato; nel Chronicon la vicenda viene paragonata a quella di Sansone e Dalila, e con dovizia di particolari piccanti. L’abbazia viene risistemata e nel 1097 riceve da papa Urbano II l’anello e il pastorale, e questo segna definitivamente il passaggio dal potere temporale degli imperatori su San Clemente al potere della Chiesa. Si succedono vari abati ognuno dei quali amplia e aggiunge, ma è soprattutto con Leonate, consacrato abate da papa Adriano IV nel 1156, che il cenobio conosce il periodo di maggior splendore: l’abbazia ritrova di nuovo prestigio e potenza recuperando i beni temporali. Cardinale, monarca di uno stato con oltre trenta castelli, Leonate profonde ogni sua energia nella ricostruzione della chiesa: dopo aver raccolto somme di denaro e chiamato le più abili maestranze, comincia dal 1176 a trasformarla con intenti monumentali; muore però nel 1182 prima di portare a termine la sua opera e viene sepolto nella parte destra della chiesa in un tumulo. A Leonate succede l’abate Gioele al quale si devono le porte di bronzo dorate divise in compartimenti nei quali si legge il nome dei castelli soggetti all’abbazia, ormai arrivati a più di trenta. I secoli successivi vedono la progressiva decadenza del cenobio: l’abbazia di Casauria diventa “Commenda Perpetua”, atto ecclesiastico in cui si affidavano i monasteri in difficoltà economiche o disciplinari a prelati o cardinali per risollevarne le sorti; ma spesso, tuttavia, i proventi vengono usati per interessi personali invece che per la restaurazione della vita monastica. Nel 1349 un terremoto arreca gravissimi danni (si rompe fra l’altro la colonna originale del candelabro) mentre nel 1456 un altro sisma definito “il massimo dei massimi” provoca danni ancora più gravi: l’opera di ricostruzione, durata decenni, è riconducibile a un abate della famiglia Sangro, che a memoria dell’opera, fa affrescare, su una colonna, lo stemma della sua casata. Ormai il periodo d’oro dell’abbazia è passato: Antonio Ludovico Muratori, storico, scrittore grande esperto di Medioevo, nel 1726 trova la sede deserta, le antiche rendite dissipate, quelle che rimangono gestite dagli abati nel loro personale interesse. Con una sentenza dell’8 agosto 1775 si decreta l’abbazia di regio patronato: don Francesco Caracciolo, di nobile famiglia napoletana, ne diventa primo abate. Nel 1799 vi alloggiano le truppe francesi scese in Italia per occupare lo stato pontificio (sorse la repubblica romana, sorella di quella francese) che la “spoliano” derubando, fra le altre cose, il braccio d’argento con la reliquia di San Clemente e bruciandone l’artistica statua. La decadenza continua finché nel 1850 viene trasferita alla diocesi di Diano, in provincia di Salerno, appena costituita. Successivamente, con regio decreto del 1859, la chiesa e il monastero annesso vengono ceduti ai francescani, espulsi poi nel 1865 in forza della legge di soppressione degli ordini monastici. Nel 1869 il fabbricato viene ceduto al comune di Castiglione a Casauria e comincia allora un periodo di decadenza accelerata: lasciato dai monaci e ridotto a magazzino, stalla, ripostiglio si presenta alla fine del secolo nella più completa rovina. Solo la sensibilità di Pier Luigi Calore (artista e pittore sensibile, raffinato uomo di cultura e archeologo), che comprende la straordinaria importanza artistica e storica del monumento, riesce ad accendere l’interesse della nazione avvertendo lo stato e la comunità più colta che preservare il tempio è un’alta opera per l’arte e la civiltà. A questo proposito, mi piace citare una frase di Gabriele d’Annunzio: “Questo piccolo uomo dal gesto veemente ama una grande cosa morta e l’ama con tutte le forze della passione umana”. Dopo gli appelli del Calore il complesso benedettino, dichiarato monumentale con regio decreto 28 giugno 1894 e retrocesso allo Stato nel dicembre 1903, è oggetto di vari interventi di riparazione, fino ai giorni nostri, l’ultimo dopo il terremoto che ha semidistrutto L’Aquila.

Un’ultima considerazione: come detto all’inizio, molti dei fatti storici dell’abazia sono desunti dal Chronicon casauriense, una raccolta di 272 fogli di pergamena (recto e verso) che riporta complessivamente 2153 documenti: il testo documentario di solito occupa la parte centrale della pagina mentre la parte narrativa è contenuta nei margini interni delle singole carte. Il Chronicon forse doveva contenere copie dirette degli originali siti nell’archivio abbaziale, tuttavia il compilatore lamenta ripetutamente le gravi perdite subite per le devastazioni di Saraceni e Normanni. La scrittura è la stilizzata minuscola di tipo carolino, inconsueta in una regione in cui di solito si trova la beneventana ma spiegabile con l’origine franca del monastero. Il Chronicon Casauriense, conservato attualmente nella Biblioteca Nazionale di Parigi (codice manoscritto 5411), fu sottratto ai re aragonesi di Napoli (dove era stato portato all’inizio del secolo XV) da Carlo VIII in occasione della spedizione in Italia nel 1494 e faceva parte – ahimè! – di quel bottino di opere d’arte che, sul dorso di ventimila muli, fu portato in Francia. Opere d’arte mai più restituite. Nel 1982, in occasione del V centenario della Introduzione della Stampa in Abruzzo, viene stampato dall’Amministrazione Provinciale de L’Aquila. (continua)

 

Note:

(1) I due monaci fratelli di sangue e di fede, all’inizio del IX secolo evangelizzarono i popoli slavi, crearono l’alfabeto slavo e tradussero in questa lingua dal latino la liturgia cristiana. Per questi meriti nel 1980 papa Giovanni II li ha proclamati, assieme a San Benedetto patroni d’Europa.

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