DIARIO DI UN ASTEMIO PENTITO

Tre bottiglie, tre storie, un obiettivo: incuriosire.

di Davide Canonico

(commercialista per necessità, aspirante sommelier ed eno-strippato per vocazione)

 

Benvenuti tra le righe di questo diario nato per gioco, per passione, e quindi rivolto a tutti coloro che, come me, nel vino riconoscono un interesse: primario o secondario, ancora acerbo o già conclamato non importa, perché la passione e la voglia di conoscenza, a qualunque livello, sono un momento di crescita e un motivo di aggregazione.

Gioco e passione, dicevo, perché non ho la formazione adeguata per poter maneggiare competenze e linguaggio degli addetti al settore. Solo una curiosità viscerale per il mondo del vino. Sarebbe poco serio farvi intendere il contrario. Per questo abbandono fin da subito ogni presunzione di esaustività o volontà di darmi un tono, vaneggiando sentori di terre lontane e frutti di alberi sconosciuti. Ogni vocabolo tecnico e astruso è riportato esclusivamente in veste di licenza poetica.

La parola diario, dunque, non è scelta a caso. Questo progetto nasce per condividere con voi letture, visite in cantina, corsi, eventi e soprattutto bottiglie aperte, il tutto in maniera assolutamente informale e senza alcun fine commerciale. Pensatemi come un amico che, messo di fronte all’infinito panorama letterario, vi consiglia un libro a lui particolarmente caro ritenendo che possa suscitare il vostro interesse.

Non troverete, quindi, una rubrica in cui si diffonde conoscenza, non un blog in cui si dispensano pillole di saggezza e nemmeno il ritrovo di qualche eno-strippato pronto a decantare bottiglie che i comuni mortali non potrebbero mai immaginare di stappare.

Troverete invece degli spunti di riflessione che spero possano far nascere in voi il desiderio di approfondirli. Tre bottiglie, tre storie, un solo obiettivo: incuriosirvi. Perché la conoscenza non ha mai un punto di arrivo e la condivisione è una delle tante chiavi di volta per permetterci di scoprire orizzonti ignoti. E nel vino, come nella vita, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

Adesso che abbiamo messo le carte in tavola, chiudete gli occhi e immaginate di essere seduti in una comoda poltrona, davanti a voi il fuoco crepita docilmente nel camino, il vostro vino preferito nel calice e un gruppo ristretto di amici con il quale poter scambiare pensieri, sensazioni ed esperienze su quel prezioso liquido che ondeggia nel bicchiere.

  • Barone Pizzini, Provagli d’Iseo (BS)
    Cantina Barone Pizzini

    Tesi 2: un metodo classico fuori dal comune per una tra le cantine più blasonate della Franciacorta. Composto per il 34% di Erbamat, 33% Pinot Nero e 33% Chardonnay, questo vino non è catalogabile come Franciacorta ma rappresenta, per usare le parole di chi lo ha ideato, il frutto di un ragionamento in prospettiva. Nel 2017, infatti, il disciplinare di produzione del Franciacorta DOCG è stato modificato per lasciar spazio alla riscoperta di un antico vitigno autoctono, l’Erbamat, il quale ora può essere utilizzato per un massimo del 10% insieme ai tipici vitigni che normalmente concorrono alla formazione del Franciacorta: Chardonnay, Pinot Nero e, raramente, Pinot Bianco. Questo è stato fatto non solo per legare ulteriormente il vino al territorio ma soprattutto per trovare una risposta ai cambiamenti climatici. Il caldo in aumento, infatti, rischia di compromettere l’adeguata maturazione degli altri vitigni allo scopo di raggiungere il grado di acidità richiesto per le basi spumanti. Dagli studi effettuati, l’Erbamat risulta un perfetto alleato, avendo come tratto distintivo proprio l’elevata acidità. Tuttavia, secondo alcuni produttori, il 10% rappresenta un contributo troppo esiguo per portare risultati evidenti. Per questo Baroni Pizzini ha ideato il progetto “TESI”: 3 vini in edizione limitata (TESI 1, TESI 2 e TESI 3), ognuno dei quali prevede un contributo percentuale differente di Erbamat per poter capire il potenziale di questo antico vitigno. Nel Tesi 2 il contributo dell’Erbamat risulta ben percepibile, donando al vino una spiccata nota verde acida che lo contraddistingue del classico Franciacorta, senza per questo snaturarne l’essenza. Un progetto affascinante che merita sicuramente una certa attenzione.

  • Azienda Vinicola Attilio Contini, Cabras (OR)
    Contini_vigneti

    Karmis: parlando di vini bianchi in terra sarda la mente subito rimanda al Vermentino, eccelso e famoso prodotto della Gallura. In questo caso però in Gallura non siamo e non di Vermentino si parla, non solo almeno. Il Karmis, infatti, è un bland di Vermentino e Vernaccia. Quest’ultima in Italia ha diversi cugini con i quali non ha molto da spartire se non il nome. In Sardegna è famosa nella zona di Oristano per dare origine a uno dei più interessanti vini da meditazione prodotti nel nostro paese. Questa, però, è un’altra storia. Il Karmis riprende la buona mineralità del Vermentino ma ha la morbidezza della Vernaccia. In bocca è delicato ma persistente, caldo e avvolgente come il suo colore: un giallo brillante con sfumature color dell’oro, che ricorda il sole che bacia questa terra. Un vino piuttosto versatile, consigliato con il pesce ma ottimo anche con carni bianche o come aperitivo.

  • Fattoria Di San Leo, Arezzo (AR)
    Maestà del Bagno: la frazione di San Leo è un piccolo borgo rurale alle porte della città di Arezzo, al confine settentrionale della piana dove scorre l’ultima parte del canale maestro della Chiana prima di confluire nell’Arno. Qui si trova una delle più antiche Fattorie della zona, i cui 19 ettari di vigneto vengono tutti coltivati secondo il metodo di agricoltura biologica. Le tecniche di vinificazione perpetrano l’antica tradizione rurale della Toscana centrale e i vini ottenuti sono il risultato di un processo semplice basato su tecniche tradizionali e naturali. E’ così che nasce il Vin Santo del Chianti D.O.C. Maestà del Bagno. Prodotto da uve Trebbiano e Malvasia, i grappoli sono raccolti, stesi su cannicci e fatti appassire finché non perdono il 35-40% di acqua in modo da permettere la concentrazione degli zuccheri. Dopo la pigiatura il mosto è posto in caratelli, piccole botti di capacità tra i 50 ed i 100 litri, riempite solo parzialmente (80-85%) per permettere il lento e voluto processo ossidativo che formerà le peculiarità di questa tipologia di vino. La fermentazione avviene a contatto con la “madre”, cioè i lieviti residui nelle fecce dei caratelli a fine produzione: una selezione naturale dei lieviti più adatti a lavorare in un ambiente ostile creato dall’elevato grado alcolico e dall’importante concentrazione zuccherina. Dopo quattro anni di invecchiamento solo la metà del mosto originario diventa il prezioso liquido da imbottigliare. Nel bicchiere ha il color dell’ambra, al naso è un universo di profumi, in bocca una carezza che ti avvolge accompagnandoti verso un finale intenso e persistente. Mi perdoni l’immaginario collettivo se dico che utilizzare un simile prodotto per inzupparci i cantuccini è un delitto efferato e imperdonabile. Accompagnatelo alla pasticceria, sceglietelo da solo come vino da meditazione, ma se proprio volete osare accostatelo a un crostino di fegatini.

 

Prima di salutarvi e darvi appuntamento alle prossime bottiglie, volevo ringraziare il mio amico U.B. per aver voluto condividere con me i vini che vi ho appena raccontato e senza il quale non avrei scoperto un mondo così incredibile qual è quello del vino.

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