“Bambina inquieta” – L’Angolo della poesia

a cura di Gennaro Passerini

Nell’esistenza unica e irripetibile di ciascuno di noi si collocano esperienze varie e complesse, tra le quali quelle legate a momenti e vicende dolorose: alcune lasciano nell’intimo ricordi rari e nostalgici, altre solo dolore, mestizia, cupa malinconia. Qui il poeta si sofferma su un sentimento logorato e non più ricostituibile. La poesia che presentiamo fa parte di una silloge “Reading Minimo” di prossima pubblicazione che mi è stata inviata in redazione da Dante Rosati, un appassionato lettore del nostro mensile e della rubrica in essere.

Letta dal prof. Raffaele Simoncini

“Bambina inquieta”

Innamorata persa,

per me lasciasti

al marito adirato

la figlia adorata.

           Lasciasti anche me

per uno che ti picchiava,

e sei tornata.

           Mi lasciasti di nuovo

per un altro ancora.

-Così mi dissero-

           Ora sei qui

per vivere con me.

Ma non è amore

quello che ci fingiamo.

          Solo l’Eros ci accende,

anche se a volte

mi illudo di amarti,

quando ti atteggi

a ingenua bambina,

quale tu eri

in un tempo lontano.

 

          E non provo afflizione

per le ripetute pene,

che hai infisse

nel mio debole cuore.

          E pur se turbato

mi illudo che tu sia

la mia bambina inquieta,

quando mi desto,

a me d’intorno monta

la consueta tristezza desolata.

 

In un rapporto d’amore intenso, come quello che viene delineato in questi versi accorati, accade che si profili, in qualche momento topico, il bisogno di un bilancio, di una rivisitazione anamnestica e di una proiezione densa di interrogativi irrisolti, in un futuro prossimo. Il topos di questa storia controversa, il nucleo discriminante è nella divaricazione inaccettabile, per l’io narrante, tra spiritualità, interiorità – ripetute pene, debole cuore – e fisicità, attrazione erotica, che accende ma non gratifica, non libera il pensiero, non rasserena: semmai, genera un profondo malessere. Da questa incolmabile distanza emotivo-affettiva – non è amore quello che ci fingiamo – si genera un confronto ormai risolutivo tra i due protagonisti; da una parte, si desume, in un linguaggio crudo e privo di orpelli retorici, che la protagonista sia, per chi scrive, una persona vacua, superficiale, immatura, volubile: ella inizia relazioni, le abbandona con una indifferenza inquietante, subisce anche violenze fisiche, appare del tutto irresponsabile – lasciasti al marito adirato la figlia adorata – e non si cura di sentimenti, stati d’animo, affetti, legami. Dall’altra, l’io narrante tenta di trovare un senso al suo agire, passivo e subalterno a questa figura femminile sfuggente, e lo trova nella meditazione, nel turbamento, nell’amara illusione di una relazione che non è e, forse, non è mai stata: mi illudo che tu sia la mia bambina inquieta, l’ingenua bambina, quale tu eri in un tempo lontano.  Ci si desta, certo ci si desta e, allora, non ci si può più ingannare: il riaffacciarsi abituale di una profonda tristezza ne è l’inequivocabile misura. Il tema affrontato in questo testo è uno dei più “abusati” nelle letterature classiche e in quelle moderne e contemporanee, e “citazioni” frequenti compaiono tra le righe, con scarsi elementi di originalità. E, tuttavia, se una peculiarità può rintracciarsi, essa risiede nella descrizione di fenomeni sociali attuali: una foto desolante del presente, senza alcuna “speranza di salvezza”. L’amore, in questo universo malato, è un’ipotesi, un interrogativo, ma non più un sentimento intenso e significativo. In questo caso, la conclusione della narrazione – consueta tristezza desolata – rappresenta una sintesi apprezzabile.

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