Prima persona plurale: l’aporofobia

di Mistral

Non molti mesi fa sull’Avvenire, il professor Stefano Zamagni, in un’intervista, ha citato un termine ancora poco noto: “aporofobia”. Il suo significato è alquanto inquietante perché rimanda a una forma di repulsione per le persone povere. A coniare il termine è stata Adele Cortina, filosofa spagnola, che, più in dettaglio, ha parlato anche di un atteggiamento di avversione che sempre di più si avverte nella società contemporanea verso quelle persone che non necessariamente si trovano in una condizione di indigenza, ma che sono prive di qualunque cosa possa farli accedere di diritto in ambito politico, sociale e culturale. L’aporofobia è dunque una nuova parola che si affianca alle due più note come xenofobia e razzismo. Quest’ultimi due termini evocano un’immagine negativa, sebbene con sfumature differenti. La xenofobia è il sentimento di paura verso lo straniero, ma chi lo teme spesso ne è anche attratto in qualche misura. La xenofobia è dunque frutto di una duplice reazione emotiva contrastante che se da una parte ci porta a respingere lo straniero, dall’altra non ci preclude la possibilità di provare una qualche attrazione verso di lui, e quindi non esclude l’ipotesi di accoglierlo e di conoscerlo meglio. Completamente diverso è il significato di cui è portatore il termine “razzismo”. Sebbene confini pericolosamente con “xenofobia”, la parola “razzismo” si alimenta solo di emozioni negative verso l’Altro, verso il diverso, mostrando atteggiamenti discriminatori e persecutori, spesso anche violenti, arrivando a giustificarli come la soluzione che tutela la “purezza” della “razza superiore”.

In questo crogiolo di termini in cui l’Altro subisce un processo di analisi, di discriminazione, di persecuzione, di isolamento, il vocabolario si arricchisce di un nuovo lemma, aporofobia, elevato in Spagna a parola dell’anno 2017. Essa ci svela un ulteriore spaccato della società contemporanea, quello secondo cui la diversità va discriminata se riferita a persone che non sono in grado di dare alcun “valore aggiunto” alla società nella quale provano faticosamente a convivere. Secondo Zamagni «l’aporofobia non è un sentimento che nasce, come accadeva una volta, ai piani alti della società. Non siamo di fronte allo scontro classico tra chi sta molto bene e chi sta male. La guerra sociale oggi è stata scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi, perché le élite e i ricchi non hanno nulla da temere dalle politiche redistributive di cui parlano i governi. Da noi, in Italia e nell’Occidente, semmai è la classe media ad essere tornata indietro».

Il rapporto Istat sulla povertà, riferito all’anno 2018, stima che più di 1,8 milioni di famiglie si sono trovate in condizioni di povertà assoluta, come dire ben 5 milioni di persone indigenti. Inoltre sono state rilevate più di 3 milioni di famiglie in situazioni di povertà relativa, un dato questo che rimanda a quasi 9 milioni di persone considerate povere. Sempre dall’Istat si apprende che nel 2018, rispetto all’anno precedente, si sono registrate anche le seguenti incidenze a livello nazionale: «Al Nord i comuni centro delle aree metropolitane presentano incidenze di povertà (7,0%) maggiori rispetto ai comuni periferici delle aree metropolitane e ai comuni sopra i 50mila abitanti (5,4%) e ai restanti comuni più piccoli (5,7%). Al Centro, invece, i comuni centro di aree metropolitane presentano l’incidenza minore (3,5% di famiglie povere contro 5,6% dei comuni periferici delle aree metropolitane e comuni sopra i 50mila abitanti e 6,4% dei comuni più piccoli)».

Ma che cosa sta accadendo? Non credo sia esagerato ritenere che si stia verificando una sorta di “guerra tra poveri”. Secondo Zamagni è in atto in Italia una situazione che sta costringendo la società civile a disporsi pericolosamente tra due forze opposte: quella dello Stato da una parte e quella del mercato dall’altro. Per l’economista «è l’obiettivo non dichiarato di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore» sia in riferimento ai fondi da utilizzare, sempre più in diminuzione ormai da tempo, e sia riguardo i progetti da sviluppare. In realtà a pensarla in questa direzione è anche il compianto Bauman che nel saggio Le nuove povertà, ebbe modo di denunciare una tendenza alquanto evidente da decenni che, in un crescendo via via più allarmante, ha visto una classe politica trasversale premiata da elettori attratti da programmi politici che contemplano o una riduzione dei fondi a favore del welfare state o, in alternativa, una riduzione delle tasse. In altri termini si assiste a una situazione in totale controtendenza rispetto a quella che fino a qualche anno fa, vedeva invece un elettorato più disponibile a slanci di solidarietà verso una classe sociale negletta che non aveva alcuna possibilità di cambiare la propria vita disgraziata, ma che rappresentava una minoranza insignificante sia da un punto di vista politico (soggetti non votanti) che sociale (occuparsi della loro indigenza non solo era considerato relativamente semplice, ma non comprometteva neppure il successo elettorale del politico). Quella propensione a occuparsi degli ultimi poteva essere giustificata in un sol modo e lo ha spiegato molto bene lo stesso Bauman: «Con ogni probabilità, il vero motivo stava nella loro mancanza di fiducia in sé stessi. Fino ad allora se l’erano cavata da soli, ma chi li assicurava che la loro fortuna – poiché di questo si trattava – sarebbe durata per sempre?». L’instabilità di un’epoca che era capace di portare alle stelle le persone ma, repentinamente, anche gettarle nella disperazione, era un buon motivo per ritenere che essere generosi con gli ultimi era un modo per mettere a tacere la propria coscienza che suggeriva di pensare anche a dare una sicurezza, attraverso un aiuto statale, a chi non era in grado di farlo da solo.

Ma oggi come si può spiegare l’emergere dell’agorafobia? Cosa è cambiato rispetto al recente passato? La risposta la mutuiamo ancora da Bauman secondo il quale «il nuovo atteggiamento verso il welfare state non è più tanto una questione di fiducia in sé stessi, ma deriva solo da una sobria riflessione sul fatto che qualsiasi altra alternativa appare oggi ancora meno allettante dei rischi che il contare soltanto sulle proprie forze inevitabilmente comporta». Per il grande intellettuale la qualità dei servizi sociali pubblici ha imboccato la strada inesorabile del declino, e questo avviene nella consapevolezza che gli ultimi non sapranno come difendersi di fronte alla scelta politica di continuare a tagliare la spesa sociale, del resto «costoro non hanno la forza politica di chi invece (almeno finora) “non ne ha bisogno”, e grazie a questo consente quei risparmi che i politici vogliono realizzare per ridurre le tasse e conquistare in tal modo il favore dei cittadini più fortunati, che hanno molto più peso elettorale di quelli più bisognosi». In questo perverso scenario l’aporofobia verso la minoranza di italiani o di stranieri che attinge dal welfare state, si alimentata proprio dell’assurda convinzione che le persone che vi ricorrono fanno parte di quella categoria sociale di “incapaci”, di “buoni a nulla”, di “scansafatiche”, e chissà cos’altro, che hanno scelto di posizionare il loro stile di vita al di sotto dello standard di vita della gran parte degli italiani. Accedere ai servizi sociali è dunque considerato un’umiliazione che immetterebbe nel tunnel dell’autoesclusione sociale, meglio fa chi trova strade alternative. La persona costretta comunque a ricorrere ai servizi sociali diventa per chi è “affetto” da aporofobia un reietto da allontanare, comunque da isolare, in quanto non solo fonte potenziale di pericolo per la sicurezza e la tranquillità della vita di chi è solo un po’ più fortunato, ma anche fonte di drenaggio di preziose risorse finanziarie altrimenti utili per consentire ai politici di architettare operazioni di riduzione delle tasse che, in termini pratici, aumenterebbero la disponibilità di soldi e allontanerebbero lo spettro del ricorso ai servizi sociali.

Di questo passo che cosa possiamo ancora aspettarci? Per esempio si potrebbe pensare di bandire per legge la “compassione”, punendo severamente chiunque la metta in pratica, e riscrivere una nuova versione della parabola del Figlio Prodigo.

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