Capire la dislessia

La dislessia in età adulta (seconda parte, numero:Settembre 2019)

di Gianfranco Costantini

 

Vita, morte e miracoli di un dislessico, mancino e mazziato

 

Ricordo bene la fine della scuola perché è stato il momento in cui si è rotto completamente il diaframma che mi impediva la piena realizzazione personale.

Anche se non è vero, mi piace molto pensare che sia andata così perché in realtà quel momento è arrivato qualche anno più tardi, quando si è aggiunta anche la consapevolezza della mia condizione.

Con la fine della scuola e l’inizio del lavoro, mi sono accorto che in fin dei conti non ero proprio così stupido e svogliato come volevano farmi credere ma anzi, riuscivo a fare tutto quello che volevo, quasi senza sforzo.

All’epoca non avevo ancora contezza della mia condizione e non avevo mai sentito parlare di dislessia, semplicemente non dovendo subire schemi altrui, per arrivare al raggiungimento degli obbiettivi che mi davo, potevo usare qualsiasi tecnica mi andava a genio.

Dai venti ai trent’anni ho sperimentato su di me il successo: una fidanzata da sposare, un lavoro sempre in crescita, una famiglia sempre in armonia, tanti amici da frequentare, insomma, in quegli anni sono stato un dislessico inconsapevole ma per la prima volta nella vita, anche se con risultati apparentemente modesti, di successo.

Il vero cambiamento però è arrivato con l’avvento della tecnologia di massa. Con la diffusione dei computer portatili e la connessione sufficiente per scaricare contenuti in streaming, la mia fame di sapere ha avuto una crescita esponenziale e ho vissuto quasi dieci anni di studio ininterrotto.

La crisi economica ha sollecitato la voglia di conoscere le reali cause dello spread e del debito pubblico e in un attimo mi sono ritrovato in un turbine di convegni, seminari, lezioni di docenti universitari che mi hanno trasformato la vita, fornendomi una serie di nozioni che giorno dopo giorno, come in un puzzle, hanno composto un mosaico sapienziale che ad oggi è in continua espansione.

Capita infatti che grazie alla particolarità del mio lavoro mi trovi solo per giornate intere e al posto di riempire il tempo con la musica, avendo avuto in dono l’ascolto, riesca a seguire cicli interi di convegni su un argomento di cui ho interesse, o capita che grazie all’audiolettura del mio tablet, riesca a leggere un libro in un giorno; cose impensabili solo qualche anno fa.

Tornando alla rottura del diaframma, il momento in cui realmente si è disintegrato è avvenuto non più di sette anni fa, casualmente, parlando con una cugina di mia moglie.

Teresa, preside dell’istituto comprensivo di Alanno, per anni è stata insegnante nelle scuole elementari e grazie alla sua speciale preparazione, chiacchierando mi ha espresso il suo dubbio riguardo la dislessia e con assoluta certezza mi ha indirizzato verso questo “disturbo”.  Manco a dirlo aveva ragione, ho letto tutto quello che esisteva in rete riguardo la dislessia e tutto calzava; la lettura, lo schema mentale e visivo, non c’era elemento dissonante.

Da quel preciso istante ho preso il toro per le corna e ho messo a punto un mio particolare metodo che mi consente di penetrare un argomento e di sviscerarlo, portandolo all’osso; un mix di lezioni, documenti audio letti dal tablet e libri cartacei mirati per fissare in testa i concetti più raffinati.

Grazie a questa consapevolezza mi sono appassionato e ho contribuito a vari livelli alla fondazione dell’associazione commercianti Montesilvano Nel Cuore, alla cooperativa EFA (Economia Facilitata) Emilia Romagna, ho fatto parte di una associazione ARS, scioltasi per fondare il partito FSI Riconquistare l’Italia di cui sono militante, da anni faccio parte della redazione di questo splendido mensile, questo mentre lavoro tutto il giorno e ho una famiglia con una splendida moglie e tre meravigliose bimbe. Insomma, ho cercato di recuperare il tempo perduto e ho cercato di sfruttare al meglio i pregi che la dislessia offre a chi ne sia portatore.

Infatti oltre i tanti difetti che si sono colti dai miei scritti, ci sono anche molti pregi che il dislessico può usare a proprio vantaggio, mi riferisco in particolare al fatto che la testa incasella i pensieri in maniera differente e questa condizione consente all’occhio di osservare qualsiasi cosa da una diversa angolazione, quindi il pensiero e le soluzioni che può trovare un dislessico, spesso saranno differenti e originali rispetto alla massa.

Probabilmente non è un caso che scorrendo l’elenco dei dislessici o presunti tali, compaiono nomi del calibro di Leonardo Da Vinci, Albert Einstein o Guglielmo Marconi, che addirittura non riuscì mai a laurearsi in fisica nonostante il suo immenso valore scientifico.

Mi è rimasto impresso un video in cui Ignazio Silone raccontava la sua infanzia nella Marsica e diceva che semplicemente ascoltando i grandi parlare davanti al camino, lui è diventato quello che era. Tutto quello che ha ascoltato è permeato in se; ora non ho elementi per dire che Silone sia stato un bambino dislessico ma certamente l’ascolto a quella intensità è una caratteristica che sento di aver avuto da piccolo.

Per scrivere questo breve articolo, ho dovuto lottare parecchio con me stesso perché l’innata esigenza di riservatezza cozza quotidianamente con la voglia di raccontare cosa può scatenare in un bambino l’ignoranza e la supponenza di un insegnante o di una famiglia. Ancora oggi, quando parlo con gli insegnanti e dico di essere dislessico, in troppi casi mi capita di ricevere risposte incredibili (non sempre ovviamente ne esistono di preparatissimi), come:

“Poverino, anche io ho avuto ragazzi dislessici in classe, poverini”.

Oppure: “Si, capisco, alla fine se togli la scuola, sembrano ragazzi normalissimi “.

Questo significa che nonostante gli enormi progressi nella comprensione del fenomeno, nonostante decine e decine di libri pubblicati, gran parte del corpo docente italiano, non è capace di rapportarsi con un dislessico nel normale rapporto docente-alunno.

Occorre una maggiore consapevolezza da parte della famiglia e dell’istituzione scolastica perché un buon insegnante può portare un dislessico ai massimi livelli del pensiero umano e un genitore che attribuisce il giusto valore al rendimento, può liberalo da inutili ansie e frustrazioni.

Se anche solo una famiglia o un insegnante, dopo aver letto questo breve scritto, avrà capito qualcosa in più sulla dislessia, tutta la mia sofferenza, avrà avuto un senso.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *