Visitiamo il nostro Abruzzo, appunti di viaggio (Terza parte): San Tommaso

Visitiamo il nostro Abruzzo, appunti di viaggio (Terza parte) : San Tommaso

di Antonio Lafera

Dopo aver osservato, nella precedente parte, la struttura esterna della chiesa di San Tommaso di Caramanico, averne apprezzato lo stile, i fregi, il rigore architettonico, entriamo nella penombra accogliente di un interno che si rivela più ampio di quanto ci aspettassimo.

Il tono delle nostre voci si abbassa istintivamente soggiogato dall’atmosfera di religiosità che da 800 anni aleggia fra le navate. Subito notiamo due acquasantiere: la prima, sulla destra dell’ingresso centrale, cela, all’interno, al visitatore frettoloso, delle sculture: tre pesci da un lato e uno dall’altro, metafora della Trinità; dietro il primo pilastro c’è la seconda, molto più antica, ritrovata dopo uno scavo, di cui porta ancora i segni di una picconata.

Questa è di pregevole fattura e al suo interno ci sono in alto rilievo, animali che nel bestiario religioso hanno significati specifici ad esempio la rana, con il suo gracidio dà l’allarme (sentinella della fede) oppure il serpente che simboleggia la sapienza.

Ci guardiamo attorno ammirati e ci accorgiamo che lo spazio è diviso in tre navate, la centrale di larghezza doppia delle laterali, cosa che accade in quasi tutte le chiese romaniche. Esse sono sostenute da 12 pilastri con capitelli diversi. I dodici pilastri simboleggiano gli apostoli, come si vede niente, nell’architettura religiosa, è dato al caso. Girandoci un attimo indietro verso l’uscita, notiamo due semicolonne addossate ai pilastri esterni e inglobate nella parete. È ciò che rimane del progetto del portico esterno mai realizzato.

Sulla sinistra c’è il sarcofago di un vescovo ed accanto ad esso c’è una fonte battesimale di forma ottagonale, perché questa forma? l’8 disteso è il simbolo dell’infinito ad indicare che il battesimo dà la vita eterna. In effetti la fonte battesimale può essere anche circolare e di nuovo nel cerchio non c’è ne principio ne fine, altro simbolo di eternità.
Guardando avanti cominciamo a muoverci verso l’altare che si erge nell’unica abside semicircolare, notiamo che il pavimento è in salita ad indicare che il cammino verso la fede e la santità è difficile e faticoso! L’altare inoltre ha una disposizione rigorosamente ad est, da dove sorge il sole che è metafora di Dio che tutto illumina e riscalda. Ogni chiesa benedettina, ovunque si trovi, ha questo orientamento. A circa metà navata, sul primo ripiano ai lati dei gradini, ci sono due leoni finemente scolpiti in pietra della Majella, sono ciò che resta, assieme ad altri due alla base dell’altare, di un pulpito mai realizzato. È interessante sapere che in quasi tutte le chiese del mondo ci sono raffigurazioni del leone ed il motivo è che l’animale era il simbolo della tribù di Giuda che in Israele era la tribù di Gesù. Quindi vediamo un leone ma leggiamo Gesù.
Sulla destra non si può non notare un pilastro assolutamente diverso dagli altri, molto più sottile con un capitello finemente lavorato. È chiamato “la colonna santa” e la credenza popolare, attraverso i secoli, ne fa un manufatto il cui sfregamento guarisce da qualsiasi male. Capite bene che è stato necessario proteggerlo con lastre di cristallo per evitare un definitivo e pericoloso assottigliamento. In effetti è sicuramente appartenuto ad un importante tempio antico. Il luogo è stato da sempre deputato a luogo di culto infatti la valle dell’Orfento è un vero e proprio santuario della natura, coperta da lussureggianti boschi di faggio, solcati da numerosi canyons ricchi di acque e fragorose cascate ed ha nei millenni stimolato la religiosità dei popoli che vi si sono succeduti: italici, romani, ostrogoti, longobardi, franchi, normanni, fino ai giorni nostri.
Torniamo a guardarci intorno e scorgiamo bellissimi affreschi, fortunatamente restaurati. Dopo un Sant’Antonio Abate con il suo bestiario (spesso lo si trova nelle chiese benedettine rupestri e lo si capisce ricordando che è stato il primo eremita, l’iniziatore di una pratica che ha santificato innumerevoli luoghi e grotte della nostra montagna che è stata definita a ben ragione, il Tibet italiano. A questo proposito voglio segnalare che a cura del museo delle genti d’Abruzzo, dei borghi della montagna, anni fa fu strutturato un progetto comune con i monasteri tibetani:” I sentieri dello spirito”. Progetto che non è ancora partito, probabilmente per ragioni politiche di quel lontano paese.
Ma l’affresco che ci cattura di più è San Cristoforo, gigantesco e finemente eseguito. Il santo ha su una mano un bambino e regge con l’altra un ramoscello fiorito.
La leggenda ci racconta che nella ricerca del Cristo, che riteneva l’essere più potente, Offerus (era il suo nome), sulla riva di un fiume, aiutava, per la sua statura gigantesca, i viaggiatori ad attraversarlo. Una notte tempestosa un bambino arriva e chiede di attraversare. L’uomo lo mette a cavalcioni sulle spalle e comincia il guado ma la corrente è vorticosa e rende pericoloso il cammino. Questi allora sradica un albero e lo usa come bastone per sorreggersi.” Dio come pesi mi sembra di portare il mondo sulle spalle” “e tu lo porti perché io sono il Cristo. Da oggi ti chiamerai Cristoforo” (In greco portatore del Cristo). Il santo è dunque il santo dei viaggiatori ma non solo in senso figurato ma anche e soprattutto del viaggio interiore che ognuno di noi fa attraverso tutta la vita per raggiungere la saggezza e la verità della parola di Cristo. Questa è la lettura cristiana dell’affresco ma esso ne nasconde anche un’altra, ermetica, esoterica. Il nome Cristoforo, foneticamente può anche essere inteso come Crisoforo, cioè portatore di oro: l’oro nascente l’oro primigenio eterno e incorruttibile come Dio. San Cristoforo diventa quindi anche il santo degli alchimisti. Guardando i colori della veste, grigio e viola, notiamo che sono quelli che Aristotele attribuisce al mercurio che veniva usato per sciogliere l’oro dalla pietra polverizzata. La successiva evaporazione del mercurio, per separare l’oro, (oggi tale pratica è assolutamente vietata) formava sulla superficie dell’amalgama oromercurio delle rigature che qui sono rappresentate sulla cintura del santo.

Certo per secoli gli alchimisti hanno cercato la “pietra filosofale” che trasformasse il mercurio in oro ed è affascinante notare che i due metalli sono, nella tavola periodica, vicini, uno accanto all’altro. L’albero della leggenda, dall’artista, è stato trasformato in un ramoscello fiorito (eterno rinnovamento), rendendo più elegante l’opera.
Altri affreschi, sui pilastri di destra, nascondono interessanti misteri. C’ è stata una presenza templare in questa chiesa? Probabilmente si, vediamo perché. Nella deposizione del Cristo, con braccia lunghissime che simbolizzano la lunghezza della sacra sindone, si notano che le mani, attraversate dai chiodi presentano i pollici cadenti verso il basso (in effetti il chiodo tronca i tendini e il pollice cade in giù).
Questa tecnica: lunghezza eccessiva delle braccia e pollici cadenti è sempre presente nelle raffigurazioni religiose templari.
Una seconda ipotesi a favore della tesi templare è che, nell’esilio francese, sia il papa Alessandro III che San Tommaso furono ospitati in monasteri cistercensi benedettini
legati a filo doppio con i templari. Una terza ipotesi è che Ugo di Pagani (in francese Ugo di Pyns), fondatore dei templari, pur essendo lucano di nascita, aveva feudi nel nostro territorio: San Valentino, Scafa ed altri. Infine sul muraglione esterno, sulla strada, c’è la croce patente templare che ne sostituisce una antica andata distrutta in un crollo.
Arrivati sull’abside notiamo, sotto l’altare, scendendo dei gradini, una piccola cripta che al centro ha un pozzo di acqua sorgiva. La presenza di acqua, creduta curativa, in un luogo sacro rimanda sicuramente alla tradizione esoterica della Fontana di Giovinezza, leggendaria sorgente simbolo di immortalità. Comunque l’acqua è potabile e fino agli anni 50 le donne della frazione la attingevano per bere e cucinare.
Altri simbolismi, raffigurazioni, significati, collegamenti è bene ricercarli da soli, in una visita che può offrire, oltre al senso religioso, alla storia che si è snodata attraverso i secoli, molto di più anche dal punto di vista ambientale, Infatti da San Tommaso partono molti sentieri, quasi sempre facili, che ci immergono nell’incanto di un territorio favoloso! Che dire di più su questo piccolo gioiello del territorio pedemontano maiellese? Forse solo una parola: visitatelo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *