Scuola: le riforme inutili

Scuola: le riforme inutili

di Pasquale Sofi

La modesta crescita della scuola negli ultimi decenni (tra le altre cause vorrei segnalare Il contributo sempre più sterile della ricerca didattica) è da imputare anche, al costante richiamo a metodi, comportamenti e modelli del passato ritenuti, quasi sempre a torto a mio parere, più virtuosi di quelli attuali. Vengono così ignorati i progressi e le conseguenti mutazioni nei vari campi del vivere quotidiano. Tali mutazioni hanno di fatto reso le variegate offerte formative e le conseguenti proposte didattiche, inadeguate, stantie o quantomeno poco idonee a spiegare e supportare una realtà in rapido e perenne divenire come quella che stiamo vivendo.
Il mutato, per non dire cancellato, ruolo genitoriale ha poi favorito l’implemento nei giovani di un protagonismo sempre più caratterizzato, nella grande maggioranza, da comportamenti arroganti, spesso ineducati e improntati a favorire interessi egoistici e solitamente effimeri. Comportamenti che si rivelano ben lontani dall’ossequio dei valori di cittadinanza che gli impegni scolastici quotidiani uniti ad una buona educazione familiare (lecito in tal caso il richiamo al passato) dovrebbero garantire.
Purtroppo i recenti e ripetuti fatti di cronaca allontanano la credibilità dei più verso quel patto di fiducia reciproca tra scuola e famiglia che dovrebbe rappresentare la regola primaria di convivenza sancita dalla fattibilità di un patto educativo condiviso. I nostri legislatori, tuttavia, sebbene il patto di corresponsabilità sia ormai datato da oltre una decina di anni, fanno poco per creare le condizioni sia giuridiche che ambientali adatte a migliorare un clima di reciproco rispetto.
La genialità delle ultime trovate dei nostri politicanti rivela grandi doti creative: quali l’uso ridicolo del grembiule, l’illusione equivoca (più ad effetto che concreta) dell’ora di educazione civica e al contempo l’introduzione di norme sugli Esami di Stato assolutamente punitive nei confronti degli studenti. Si vanno a cancellare, per gli esami infatti, principi che negli anni avevano rappresentato momenti fondanti di tali prove quali ad esempio il dovere della commissione esaminatrice di porre lo studente a proprio agio iniziando il colloquio con quello che un tempo veniva chiamato approfondimento (e impropriamente tesina). Capisco che la degenerazione del vecchio colloquio possa aver indotto a cambiamenti per un esame più serio o presunto tale, ma condizionarne gli esiti affidandoli alla sorte con un bussolotto…mi sembra una trovata poco seria. Inoltre, se il Regio Decreto del 1928 aveva per gli studenti abolito le punizioni corporali (forse veramente scomparse negli anni 60), non è vero che adesso sono state abolite le sanzioni disciplinari (introdotte con lo stesso Regio Decreto), sono state solo uniformate per tutti gli ordini e i gradi di scuola. È vero invece che tali norme sono più garantiste per gli alunni, grazie anche ad un apposito organo detto per l’appunto “di garanzia”. Punto di criticità rimane la Podestà cui affidare il compito di comminare le sanzioni, oggi attribuito, almeno per quanto ne sappia io pensionato ormai da diversi anni, al consiglio di classe; la qual cosa sottrae momenti più costruttivi ad uno degli organi più produttivi della scuola, almeno sulla carta. Tornando all’esame credo che la valutazione delle prove scritte abbia un peso ben superiore al colloquio e al credito scolastico; basta un’insufficienza grave a definirne l’esito. Es: un alunno diligente che riporta 20 nelle prove scritte (una prova sufficiente 12 e una gravemente insufficiente 8 oppure due quasi mediocri 10+10) con un credito scolastico sufficiente 24 avrebbe bisogno di un exploit al colloquio di 16 punti, prestazione che, alla luce del quadro così definito non dovrebbe essere alla sua portata. Torneremo quindi a vedere sanatorie forzate che non rendono merito ad un esame che esiste per obbligo costituzionale e che sarebbe ora di rendere più snello e funzionale.
Per far questo diventa necessario ripensare la scuola, cominciando ad eliminare il voto, che molto spesso diventa vera arma di ricatto e di esercizio di un potere illusorio che non ha senso, e invece, concepire la funzione docente come l’impegno a ottimizzare nella collegialità il percorso di crescita di ciascuno studente esaltandone inclinazioni e talenti. La certificazione delle competenze accompagnerà in un portfolio dello studente la sua carriera scolastica e gli esami finali ne certificheranno il riepilogo. Sarebbe anche l’elogio della tanto auspicata meritocrazia!
Potrebbe sembrare tutto molto semplice ma le resistenze da parte dei docenti a lavorare per competenze sono feroci; primo perché non si vuole perdere il potere del voto e poi perché trattare i contenuti disciplinari, magari non più sistemati cronologicamente ma utilizzati per temi o blocchi tematici, solo se funzionali allo sviluppo di capacità e competenze, stravolge una routine operativa di anni e rende il futuro nebbioso. Ma resta la strada che prima o poi si dovrà percorrere comunque.
Tornando all’insegnamento dell’educazione civica, va rilevato che non è stato introdotto nulla di nuovo che possa migliorare i comportamenti degli studenti maleducati o ineducati; anche se è necessario che ogni studente conosca sia la Costituzione che l’articolazione della struttura dello Stato, ma questo sarebbe stato possibile a prescindere dall’ultima trovata normativa. Il tutto si rivelerà più scenografico che altro se la programmazione educativa non sarà tale da contemplare sinergicamente azioni di coinvolgimento e di responsabilizzazione degli studenti abbinandovi gratificazioni e sanzioni e facendo della correttezza la bussola dell’agire quotidiano da parte di tutti. È necessario che le azioni progettate non presentino il solito e monotono impianto teorico, ma facciano vivere fattivamente il senso di appartenenza e di partecipazione ad una comunità incanalando il protagonismo giovanile verso azioni concrete che esaltino i valori di cittadinanza. Ma tutto questo è previsto da sempre negli ordinamenti scolastici successivi al 1974 (anno dei decreti delegati), manca però l’agire nella collegialità: il primo nemico dell’azione educativa è la mancanza di collegialità nell’attività dei docenti e l’agire individuale è solo controproducente. Pensare poi di educare senza comminare sanzioni disciplinari è pura illusione. Le sanzioni però devono sempre evidenziare i caratteri dell’equità e della gradualità e mai quelli della ritorsione.
Quanto ai genitori complici dei figli sarebbe ora che il legislatore ponesse fine a questo ruolo equivoco introducendo il reato di culpa in educando (anche il genitore risponde in solido dei comportamenti maleducati o colposi e dei danni conseguenziali dei figli minorenni) ma chi dovrebbe sostenere una simile iniziativa? La miopia dei politici consente loro di vedere solo vantaggi e mai una possibile moria di consensi (questo è il vero limite della democrazia) come sarebbe in questo caso, quindi spetterebbe agli stessi docenti chiamati ad essere educatori senza avere strumenti idonei per tale esercizio. Il corpo docente della scuola ha i numeri per chiedere una legge di iniziativa popolare che vada in questa direzione e che contempli anche il processo per direttissima, su immediata denuncia del preside, avverso quei genitori che si rendono protagonisti di aggressioni contro i docenti.

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