A che ci serve il latino? (discorso di una studentessa, di una professoressa e di un professore)

“Ora”, disse Renzo: “parli pur latino quanto vuole; che non me n’importa nulla”

ovvero A che ci serve il latino? (discorso di una studentessa, di una professoressa e di un professore)

 

di Marco Giacintucci

 

Studentessa: Uffa professò, a che ci serve stò cavolo di latino… non si parla da nessuna parte che io pure mi ci impegno e non mi imparo niente, co’ tutte ssé regole tutte uguali co’ ‘na frega di particolarità che sono più delle regole che praticamente non ci stanno regole e coi verbi che sono di più quelli strani di quelli normali coniugazioni a parte che io non so nemmanco in italiano prof parli tu che lo studi da cinquant’anni…

Professore: Ne ho quarantasei.

Studentessa: E grazie che lo sai, per te è tutto facile… le declinazioni che sono cinque ma che praticamente ne sono più di dodici; videor non ci ho capito una mazza di personale o impersonale gerundio gerundivo poi i deponenti non ci ho capito niente se sono passivi e attivi ma non mi frega tanto le frasi sono sempre le stesse “Le operose ancelle recano odorose rose sugli altari delle dee di Atene” che Atene è pure plurale anche se è una città sola (què me lo so’ imparato!) e le ancelle non le ho mai viste su iutubb anche se sò che so’ ‘na specie di veline ma un po’ meno zoccole tanto va a finire che ci prendo sempre quattro anche se mi faccio le copiette:

  • appunto I – gli aggettivi della prima classe: ‘sto cavolo di schemetto è orizzontale o verticale? mo mi so’ rotta a declinare a tre colonne quello che ho già imparato a ridire per lungo…
  • appunto II – la terza declinazione: mah? alla fine è facile, ma sta scritto complicato!
  • appunto III – i sostantivi con l’accusativo in -im della terza declinazione: “buris, buris”? il manico dell’aratro? e che è?
  • appunto IV: che me ne frega a me che “I generi areranno le terre dei suoceri”? ma poi, i generi, non sono quelli che a biutiful si sposano le mamme delle mogli? mah!
  • appunto V: ma mutatis mutandis che vuol dire? perchè ridono tutti?
  • appunto VI – metodologia di traduzione: alla fine ci ho capito solo che cerco le frasi sul vocabolario e, se le trovo, le copio uguali uguali, poi traduco il resto come mi si crea!
  • appunto VII – strategie di studio: ma che cavolo me le faccio a fare le copiette, che ci metto meno tempo a studiare, se poi mi porto il cellulare che ci vedo tutto? se il prof li ritira gli rimollo quello di mia nonna.

Professoressa: Quanto gli hai messo? E hai trascritto i voti sul tabellone? Io devo ancora rifletterci, ma quest’anno la mia valutazione sarà immutabile. Neanche il preside potrà farmi recedere… è ora che la scuola torni ad essere quella di un tempo, selettiva, seria, dove un “due” valeva “due”, e basta… E poi, suvvia, parliamoci chiaro, non sanno nulla, ancor meno sembrano intendere a voler apprendere; c’è in loro una certa superficialità, sono distratti dal cellulare, dagli spinelli e dal calcio, sono abituati a voler tutto e subito, tutto senza fatica ed impegno; non come noi… ai miei tempi, al liceo classico, sì che si studiava il latino, e il greco, e le traduzioni dei classici, con i professori di un tempo, quelli veri, che, nemo ad impossibilia tenetur, ci insegnavano non solum virtute et exemplo, ma anche con la più ferrea disciplina; ai nostri tempi, tutti noi conoscevamo alla perfezione sia il greco che il latino; il problema è averne eliminato lo studio nella scuola media; non ci sono più i ragazzi d’un tempo, la società è cambiata, si stava meglio quando si stava peggio, non c’è più rispetto per gli anziani, non si hanno più i veri valori di una volta… dove andremo a finire! Ah, il liceo classico… e poi, parliamoci chiaro, i giovani d’oggi non vogliono far niente, sono vuoti, frivoli e viziati, deboli e fragili, hanno tutto e non desiderano più nulla, non hanno interesse per nulla e nulla più li incuriosisce. Ho paura delle nuove generazioni, ogni anno è peggiore del precedente… Bei tempi, al liceo classico… i professori severi, quelli di un tempo, ci bacchettavano se non tenevamo a memoria, e alla perfezione tutte le particolarità delle declinazioni, persino la più inconsuete! E il risultato? Eccolo qui, una generazione seria e responsabile, senza grilli per la testa, con la testa sulle spalle [cioè sul collo], non come quella attuale, ahimè… Dove andremo a finire, poveri noi, quando saremo vecchi e avremo bisogno di medici! Non oso pensarci. E poi ci lamentiamo che i cinesi hanno sempre più spazio… Ah, ma non è colpa nostra, noi studiavamo seriamente, ore e ore sui libri… Divisa nera, fiocco al collo, gambaletti, niente trucco, non le minigonne e la scompostezza di adesso… Dove andremo a finire! Ah, i giovani d’oggi… che viziati! Non fanno più nulla, non studiano, non si applicano… e non riesco a capirne il motivo, tanto è l’impegno e la serietà che noi docenti vi destiniamo. Io non capisco perché non amino il latino, eppure noi siamo così simpatici e disponibili, con tutto l’impegno profuso da noi professori di una volta, intrisi di cultura con la C maiuscola… Ah, gli anni del liceo classico… quante versioni, quanta metrica! Bei tempi… Pensa che uno studente, interrogato a fine anno, non si ricordava più neanche la regola del trisillabismo… dove andremo a finire! Mah… E poi, la grammatica e la sintassi sono una cosa seria, una palestra per la mente, ginnastica di analisi e di sintesi, di cui soltanto con il duro lavoro di chi vi si dedica per ore e ore al giorno si può diventare padroni, ed acquisire così una adeguata forma mentis.

Professore: Perché i ragazzi imparano agevolmente intricatissimi scioglilingua rap o estenuanti ballate contemporanee in chiave rosa, mentre stentano mnemonicamente davanti ai pochi endecasillabi de L’Infinito leopardiano o alle poche sillabe dei sostantivi latini?

Perché essi, pronti a cogliere dalle loro cuffie stereo, mentre viaggiano in corriere nell’entroterra vestino, ogni sfumatura delle voci e dei sentimenti espressi da i loro “Apollo” rap con chitarre e bassi, rifiutano a piè pari, e senza beneficio di inventario, la somma musicalità di Leopardi o del Tasso, la misteriosa ansia di Lucrezio, la limpida lucidità di Cesare, la struggente malinconia di Ovidio dall’esilio di Tomi, parimenti alle superbe volute barocche dei Brandeburghesi bachiani o delle languidissime note di Händel? Perché la natura è così lontana? Perché l’orgoglio dell’attesa e del merito è ora segno di vituperio? Perché, d’improvviso, tutto è diventato così difficile?

La magia della parola, dello spirito, del sentimento, dei moti di generazioni di uomini sulla terra, la loro voce, fiaccole di luce eterna immortale, l’ansia e il tormento, la calura e l’ombra, il sole e la tenebra, l’ira e la pace, l’amore e l’odio, la vita e la morte, l’amore eterno di Giulietta e del suo Romeo, l’oscuro timore notturno di Psyche e la gioia candida di un’alba…

 

A proposito, a cosa serve il latino?

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