Sone e cante quande me pare

L’angolo della poesia a cura di Gennaro Passerini

Come vi avevo promesso, in questo numero di gennaio 2019, daremo spazio nuovamente a una poesia in vernacolo della pescarese Mara Seccia. La poetessa, nonché scrittrice, ha pubblicato numerosi libri e ricevuto numerosi riconoscimenti e premi per la narrativa e la poesia in lingua e in vernacolo sia nella sua regione sia in campo nazionale. Mara Seccia usa con grande maestria la lingua dialettale di cui si serve per descrivere con genuinità ed espressività la vita quotidiana, i sentimenti, gli usi e i costumi della nostra gente d’Abruzzo. Con questo modo di esprimersi, perché non ci si dimentichi delle radici profonde a cui apparteniamo e della nostra identità, dà voce e risalto alla cultura e alle tradizioni di un mondo che purtroppo va scomparendo. Letta dal prof. Raffaele Simoncini.

Sone e cante quande me pare

Sone e cante quande me pare

-j’à dette a la furmiche la cicale-

e nin crede ca te venghe a tuzzilà

pe circà caccose da magnà,

a lu mberne,nghe vente jelate

e ninguente, ji m-baradise stenghe.

Nim me serve li furmiche,

chi à scritte la favulette antiche

n’avè studiate scienza naturale.

La vit’amì è longhe juste n’estate,

quande arde la sulagne

n-gime a l’albere fra le fronne

so felice di ralligrà lu monne.

Ammucchie furmica fatiatore

certe ti fa onore utte ssu lavore,

-dumane-tu dice-dumane…-

ma n-ge pinzà a lu dumane!

Se ti sinte appicundrite e stracche,

se ti n’ome acciacche

a c’à sirvite fatije e sudore?

Alze l’ucchie, ahuarde lu cele cilistrine,

li cille che zurle, addussele di li foje

li suspire liggere liggere…

Allendile a ffa’ la furmiche,

lascele n-terre li mijche e vole!

Ji so na cicale, m’avaste poche pe cambà:

n’addore di fandasije, na vulije di sunnà,

na sgrije di mattità,

ma sone e cante quande me pare

la canzone della libbertà”.

In questa divertente, ironica e “pedagogica” meditazione della cicala, si coglie un solo apparente quadro di contrasto con gli abituali, diffusi stereotipi delle classi sociali meno abbienti: “mettere da parte qualcosa”, perché la vita è sacrificio, ma anche propensione a immaginare un futuro migliore del presente. Vale la pena fare tutto ciò? Con un sorriso beffardo e disarmante (che immaginiamo sul volto della poetessa…), la cicala rimprovera la formica e la favulette antiche di non conoscere la scienza insensibile e dura della natura. La formica, inconsapevole della sorte a cui va incontro – se te n’ome acciacche, a c’à servite fatije e sudore? – continua, imperterrita ad accumulare cose, stanchezza e fatica, mentre la cicala sa benissimo che il suo arco di vita è breve – la vit’amì è longhe juste n’estate – ed è felice di ralligrà lu monne con il suo continuo e spensierato cicalare. E il mondo, la bellezza incomparabile degli spettacoli naturali, delle vegetazioni varie e rigogliose, dei colori potenti o delicati?

Tutto ciò sfugge terribilmente alla formica. Allora, “il consiglio” della cicala alla formica, condensato in una lapidaria sintesi – lascele n-terre le mijche e vole! -, diventa un inno esaltante e, a un tempo, una intima, profonda malinconia esistenziale: occorre cantare la canzone della libbertà, quando è il momento! Gli echi delle riflessioni di grandi poeti (Orazio e Leopardi, ad esempio) sono così il filo di Arianna su cui la poetessa, con delicate tonalità emotive, offre un sostegno di grande spessore al recupero dell’insuperabile e potente sapienza di cui è intriso il vernacolo.

Raffaele Simoncini

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