Edilizia arruffona

 

di Marco Tabellione

 

     Costruire, crescere, estendersi. Sono le parole d’ordine che per decenni hanno motivato l’espansionismo edilizio delle nostre città. Non solo motivato ma anche giustificato, nonostante le richieste di alloggio e la crescita della popolazione non hanno sempre legittimato l’ingigantirsi continuo dello spazio urbano cementificato. Come al solito si è commesso l’errore, diffusissimo nella contemporaneità, di ritenere l’edilizia e i problemi di architettura urbana solo come una dimensione puramente materiale, concreta diciamo così, senza considerare gli inevitabili aspetti psicologici, sociologici, genericamente umani, se non addirittura spirituali, che l’abitare come esperienza e condizione comporta; elementi che coloro che lavorano in questo campo dovrebbero non dico conoscere a fondo, ma almeno valutare.

Purtroppo siamo di fronte alla solita perversione della contemporaneità, che è poi la perversione umana di sempre, quella generata dal denaro, dall’obiettivo dell’arricchimento personale che sembra dominare qualsiasi atteggiamento o attività o movimento umano. Ogni progettazione in primis risponde a questa esigenza, e fino a quando lo stimolo al guadagno personale sarà l’urgenza primaria, continueremo ad avere a che fare con disfunzionalità, approssimazioni, con una società costretta sempre a fare i conti con il pressapochismo, errori, se non truffe, raggiri.

Ci si potrebbe chiedere cosa sostituire al denaro come obiettivo dell’agire umano, nel caso specifico quale dovrebbe essere l’obiettivo dei costruttori se non, in prima fase, quello dell’arricchimento personale? Ovviamente una simile impostazione del discorso ci pone come al solito in un campo dove è solo l’utopia a potersi muovere. Certo è che se lo scopo delle azioni umane non fosse precipuamente quello del denaro – che è sicuramente una delle invenzioni principali delle prime civiltà, uno dei rimedi più grandi e geniali che le prime popolazioni seppero trovare ai limiti del baratto, ma che da mezzo ha finito per trasformarsi in fine – si diceva se il denaro non fosse scopo, ma mezzo, come era alle origini della sua invenzione, un mezzo per velocizzare e migliore gli scambi commerciali rispetto al baratto (e non per creare disuguaglianze, domini, classi sociali diversificate e gerarchizzate); insomma se il denaro tornasse ad essere strumento e non fine, beh allora si potrebbe anche osare immaginare costruttori che avrebbero come prima attenzione del loro operato offrire abitazioni alla popolazione, offrire case e vita domestica, in pratica offrire con l’abitare una delle basi fondamentali del vivere civile.

Sicuramente queste riflessioni prestano il fianco alle solite accuse contro l’ingenuità dell’utopia, in nome dei richiami al realismo, se non al buon senso. Portare a un tale livello la discussione sull’abusivismo edilizio, o meglio ancora sulla inopportunità di molte architetture urbane, potrebbe significare per molti non cogliere le reali problematiche legate alla vita delle persone, e in fin dei conti spostare l’attenzione rispetto ai temi concreti del vivere civile. Ma è davvero così? Davvero continuando con questo richiamo al buon senso e al realismo si può pensare di risolvere le questioni fondamentali per gli esseri umani, per le città ad esempio?

E’ da sempre che le amministrazioni comunali ci parlano e ci prospettano adempimenti realistici, ma le nostre città continuano ad essere invivibili, e certamente non tutto è da attribuire al carattere fallimentare di tanta gestione del potere. In realtà buoni amministratori se ne vedono, e forse non di rado. Forse il problema non è nel colore politico di chi amministra, o nelle sue presunte competenze e capacità di amministrazione e gestione della cosa pubblica. Forse il problema è un altro.

La sensazione è che un settore importante, che non è solo quello dell’edilizia ma in generale dell’abitare umano, sia stato lasciato gestire senza le dovute precauzioni e la dovuta preparazione culturale e sociologica. Come al solito ci si trova di fronte ad un mondo sociale, economico e culturale che non agisce di concerto, va avanti a compartimenti stagni. È la conseguenza deleteria di un mondo in cui la specializzazione la fa da padrone, però alla fine non riesce ad offrirci una vita che possa dirsi votata al benessere.

Alla domanda che fare, anche in questo settore non è facile rispondere. Spesso si sente parlare di demolizione di edifici abusivi, ma come al solito prevenire sarebbe meglio che curare, visti i costi dell’abusivismo. Che fare allora? Naturalmente dal punto di vista delle competenze specifiche non spetta a me dirlo e non sono in grado. Certamente si ha la sensazione che il tema dello sviluppo edilizio vada affrontato creando delle commissioni in grado di incidere sui piani regolatori non solo dal punto di vista del rispetto delle condizioni di legge, che rappresentano ovviamente delle condizioni di base; ma anche tenendo conto gli aspetti sociologici, culturali, psicologici, sanitari, educativi e, non ultimo, di rispetto dei valori della comunità.

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