Onore a Jan Palach simbolo dell’amore per la libertà e la dignità dei popoli

Onore a Jan Palach simbolo dell’amore per la libertà e la dignità dei popoli

Figura…“Risorgimentale” … europea

 

di Gennaro Passerini

 

Si è tenuto a Praga il 18 e 19 gennaio, organizzata dalla fondazione Luigi Enaudi, la commemorazione di Jan Palach, in occasione della ricorrenza del cinquantesimo anno dal suo gesto estremo che tanto sconvolse il mondo e le coscienze della gente.

Egli divenne il simbolo della lotta per la libertà dei popoli ed innescò quel movimento denominato “la primavera di Praga”.

Era il 1969, un anno che in qualche modo segnò la storia perché tanti furono gli avvenimenti che accaddero e cambiarono l’Italia ed il mondo.

Voglio ricordarne alcuni. Avvenimento epocale, per noi allora studenti, fu la missione Apollo 11 che per prima portò gli uomini sulla luna. In Italia nel 1969 il divorzio divenne legale.

Il decreto legge 119 modificò e semplificò gli esami di maturità, per cui non più tutte le materie da portare con riferimenti agli ultimi tre anni ma un esame di stato con solo due prove scritte e la prova orale accentrata su due materie di cui una scelta dal candidato e la seconda scelta dalla commissione. La parola d’ordine fu “semplificazione”, questa era stata la spinta “indirizzo” fortemente sostenuta dai movimenti studenteschi nati nel 1968.

Altra novità fu il provvedimento che introdusse la liberalizzazione degli accessi ai corsi di laurea. Niente più condizionamenti tra diploma di scuola media superiore e scelta obbligata di corso di laurea, ma libera scelta di iscriversi al corso universitario desiderato nello spirito del cambiamento da università d’elite ad università di massa.

Sempre in quell’anno nacque Arpanet, predecessore di Internet, ed è inutile sottolineare come questo avvenimento, negli anni che seguirono, abbia sconvolto il modo di comunicare dell’umanità intera, unendo di fatto ogni estremo capo del mondo.

Ma il 1969 fu anche l’anno della strage della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, che segnò l’inizio ufficiale degli anni di piombo in Italia con attentati dalle molteplici matrici politiche e non.

Tutti questi avvenimenti sono rimasti nella nostra memoria o perché li abbiamo vissuti o perché, per i più giovani sono stati ricordati dai mass-media. Però in questi anni di ricordi ci sono state delle omissioni, di Jan Palach si è parlato poco o niente, e quel poco spesso con un certo imbarazzo e superficialità che è sembrato sfociare nell’omertà, per consorteria o forse per paura e timore?

Finalmente dopo cinquant’anni qualcuno si è preoccupato di commemorare il gesto di questo giovane studente di filosofia che il 16 gennaio del 1969 si pose con fermezza davanti ai carri armati sovietici che avevano invaso Praga, la sua città, e nella piazza principale della capitale, piazza San Venceslao, si cosparse di benzina e si diede fuoco.

Perché? “Perché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo”.

Questa fu una delle dichiarazioni “motivazioni” che il giovane lasciò scritte sul suo quaderno, parole semplici, emblematiche e significative.

Il sacrificio di Jan Palach e di altre “torce umane” dopo di lui, fu il prezzo pagato per il diritto alla libertà del suo popolo. Patria e libertà erano gli ideali che spinsero, questo giovane di ventuno anni, di qualche anno più grande di me che in quell’anno raggiungevo il tanto sospirato traguardo dei 18 anni e mi accingevo a sostenere gli esami di stato, a compiere quel tragico e coraggioso gesto.

In quegli anni la politica non mi interessava affatto, era lontana da me anni luce, ma la notizia di quel gesto mi colpì profondamente. Uno di quegli avvenimenti che ti catapultano nella realtà delle cose e nei valori della vita, nelle responsabilità e nelle scelte ponderate e sofferte da persona improvvisamente ormai adulta e responsabile. Ancora oggi vive in me la tensione e l’angoscia mentre incollati al gracchiare di un baracchino si vivevano le tragiche notizie di quei giorni, in diretta, con la complicità di un radio amatore amico.

Morire per la libertà del suo popolo e non per una sfrenata e incomprensibile globalizzazione. Jan Palach sacrificò la sua vita per protestare contro l’invasione sovietica, per opporsi ad una ideologia “regime” mortificante ed opprimente che in quel momento storico era un gigante non solo nell’Unione Sovietica, ma anche nella Cina di Mao e nel più grande partito comunista dell’occidente, il PCI italiano mano lunga in quell’epoca dell’impero sovietico, per affermare in modo tragico il diritto di un popolo alla autodeterminazione.

Per questo Jan Palach era scomodo da commemorare, per questo veniva relegato nell’indifferenza e nell’oblio e i giovani non conoscono il valore del suo sacrificio. In quegli anni, così come oggi, si usava indossare magliette con l’effige di Che Guevara, spietato combattente anche pronto a fare uso di violenza e lo si ergeva come emblema della libertà dei popoli; mentre un giovane universitario, spirito ardente e generoso, che violentò e sacrificò solo se stesso, è stato relegato nell’indifferenza e nell’oblio. Perché non ci sono magliette con l’effige di Jan Palach? Perché in questi anni si è cercato di cancellare la sua biografia, la memoria del suo coraggio, dei suoi ideali?

Ho chiesto proprio in questi giorni, a giovani trentenni se sapessero chi era Jan palach e purtroppo, a conferma di quanto sopra ho asserito, la risposta è stata negativa, non avevano alcuna conoscenza. Questo è stato il motivo per cui ho voluto ricordarlo prendendo spunto dalla notizia della giusta commemorazione che si è tenuta a Praga.

Bisogna mantenere viva la memoria di chi ha lottato per la libertà ma nel contempo con l’attenzione a non travisare il gesto di questo giovane martire, all’epoca apostrofato come “dissidente” e filo occidentale, e soprattutto a non farne un martire del nazionalismo o del sovranismo come è nelle intenzioni di qualcuno.

A memoria ricordo che il tragico gesto di Jan Palach accese la rivolta prima a Praga, poi nel 1977 portò alla firma della “Charta 77” la più importante iniziativa del dissenso in Cecoslovacchia, documento che criticava il governo per la mancata attuazione degli impegni sottoscritti in materia di diritti umani, tra i quali l’atto finale della conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (1975) e gli accordi delle Nazioni Unite sui diritti politici, civili, economici e culturali.

Per anni i membri della “Charta 77” continuarono nella denuncia delle violazioni dei diritti umani fino a giungere nel 1989 alla “Rivoluzione di Velluto” che ebbe modo di negoziare la transizione del potere dal partito comunista alle istituzioni democratiche, ed infine il martirio di Jan Palach si era trasformato in un “incendio” che portò alla caduta del muro di Berlino.

Dopo questi avvenimenti l’impero sovietico andò in pezzi e quei frammenti disgregati inseguirono e raggiunsero il loro sogno di autodeterminazione.

Auguriamoci che lo stesso processo di disgregazione innescato dai carri armati del “Patto di Varsavia” in quel lontano 1969 non sia sostituito, dopo cinquant’anni, dalle “procedure di infrazione”, nuove armi prevaricanti. Ricordare per non ripetere gli errori del passato, ricordare a tutti in Italia, in Europa e nel Mondo che la democrazia è un valore assoluto e imprescindibile.

A questo serve la memoria, la storia, un ricordo che sia di monito per noi e le future generazioni. I pericoli anche se sotto sembianze diverse “economiche” sono in agguato, è importante che una pagina rilevante della storia europea non venga dimenticata o strumentalizzata, è fondamentale che non subisca l’oltraggio dell’indifferenza precostituita, perché i nuovi carri armati “finanza ed economia” non prevarichino l’auto determinazione dei popoli. Si potrebbe definire Jan Palach “figura risorgimentale europea”, patria e libertà fusi in un solo anelito.

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