Daniele Cavicchia : “La signora dell’acqua”

L’angolo della poesia a cura di Gennaro Passerini

Per settembre, mese nel quale ci si avvia alla fine dell’estate e si ritorna ad uno stile di vita più sobrio che ci rende più inclini a letture profonde e intime, vi propongo una toccante ed intensa poesia di Daniele Cavicchia scrittore nato a Montesilvano, dove risiede. Le sue opere hanno ricevuto consensi e premi importanti. È autore conosciuto e apprezzato in Italia e all’estero, non a caso suoi testi poetici sono stati tradotti in varie lingue. La poesia che qui vi riporto fa parte dell’ultima silloge pubblicata, dal titolo La signora dell’acqua, casa editrice Passigli Poesia. Letta dal prof. Raffaele Simoncini.

COMMIATO – II

Dopo giorni mi siede accanto

è un giorno freddo incapace di parole,

forse nevicherà solo per i nostri occhi.

Mi porge delle radici da piantare a mezzanotte

quando la luna è indecisa, dice,

e nessuno è costretto ad ubbidire.

La guardo e lei esiste

ha un respiro lieve appena percettibile,

alito e neve uniti nello stridore della luce:

ricordo le nuvole e i rami, dice,

quando tu non c’eri e non potevi sapere.

Io ti vedevo ma non ho assistito alla tua nascita.

Nevica e subito imbianca, rivoli scendono

tra le cose che appaiono immobili

come se qualcuno avesse fermato il tempo

ma deve andare, le mani sono protese

il viso in attesa di una carezza.

Si insinua, in una delicata, amorevole trama di con-vivenza, il senso drammatico della inutilità della parola, sovrastata da occhi che si guardano – i nostri occhi – , da un respiro lieve appena percettibile e da un destino – fato inesorabile – che si sofferma appena, per concedere che delle mani siano protese, e che un viso – il viso di lei – possa ricevere un’ultima carezza. Esile trama di una toccante poesia con alcuni tratti apparentemente realistici – ad esempio, quella neve che scende e subito imbianca – e con una violenta, drastica rottura di significati, tra un tempo che cerca di scorrere e cose che, nel dilatarsi e nel dipanarsi del dolore, appaiono immobili. Solo una tensione affettiva, in qualche modo isolata e vagante tra irrisolta nostalgia e rifiuto dell’ineluttabile, può ritenere che qualcuno abbia fermato il tempo e rimandato le stagioni. Non è così, non può essere così. Lei esiste in questo tempo ma deve andare: e, tuttavia, ella porge i doni simbolici del suo traslare in un altrove, con delle radici da piantare a mezzanotte, in un tempo che non è tempo e che rende anche la luna indecisa. Simboli di un ricordo costante? Di una vicinanza premurosa nella distanza incolmabile di una separazione? Forse, tutto questo, nel suo insieme inestricabile; ma non è tutto. Perché, imperiosa e inesplicabile, incapace di parole, rasserenante e dilaniante, nello stridore della luce, si avverte la novella – buona o cattiva novella? e chi mai potrà dirlo, se non chi ha fede che sia l’una o l’altra? – di un essere stati insieme da sempre, di essere nati per qualcuno e di essere con qualcuno, in una dimensione meta-fisica che, nella filosofia delle origini, era, secondo la splendida figurazione eraclitea, un uno-tutto, una unione indefinita del tutto, che fa tornare ad essere ciò che era. Mera consolazione o convinzione profonda? Forse, umano dolore e incerta-inquieta speranza. Ecco, perché, in definitiva, le parole sono inadeguate a dire ciò che è oltre e altro rispetto al freddo, analitico procedere della razionalità.

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