QUESTO MESE SORPASSIAMO… IL PIAGNISTEO

Di Vittorio Gervasi (Num.Settembre 2018)

 

Spesso mi chiedo, ascoltando le continue lamentele che ciascuno di noi ha verso gli altri, se questa società non sia pervasa dalla cultura del piagnisteo, cioè da quel continuo atteggiamento lamentoso che porta a caricare sugli altri la responsabilità di tutto ciò che non funziona o semplicemente non ci piace.

Rivendichiamo continuamente diritti e se non li otteniamo è perché qualcuno, cattivo, non ce li riconosce. Domanda: ma possibile che oggi tutto sia diventato un diritto, anche banali capricci personali, e al contrario si parli così poco di doveri personali?

Continuamente sottolineiamo tutto ciò che non funziona e pensiamo che la colpa ricada sempre sugli altri. Tempo fa un amico si lamentava delle deiezioni canine in città, sul perché l’Amministrazione non le rimuove, sul fatto che generano sporcizia, che abbassano il decoro etc.etc…e che quindi qualcosa non funziona. Passa di lì a poco una signora con un cane di grossa taglia che abbandona un bel “ricordino”. Ho invitato l’amico ad invitare a sua volta la proprietaria del cane a raccogliere il regalo lasciato sul marciapiede. La risposta è stata:<<lascia stare>>. No, non si può pretendere che dietro ogni cane ci sia un vigile, che ad ogni angolo ci sia una telecamera per inchiodare gli incivili, bisogna capire che se la città è realmente anche mia, in qualche modo devo difenderla. E così ho fatto, richiamando la signora; la risposta è stata un gesto davvero poco signorile. Non mi sono meravigliato. Se c’è dello sporco in città è perché qualcuno sporca, e non sono certo i politici a farlo- anche se oggi riteniamo siano responsabili di tutto – ma sono proprio coloro che se da un lato si lamentano dall’altro non fanno nulla per rimediare. E se li stimoli a far qualcosa sono i primi a desistere. Periodicamente c’è chi svuota qualche ripostiglio di casa e lo riversa in strada. Divani, materassi, mobili e ferri vecchi gettati così, abbandonati in luoghi pubblici, con la soddisfazione di essersi liberati di qualcosa di fastidioso avendolo tolto da casa propria e avendolo riposto in uno spazio che non si avverte come proprio. Che costi sociali ha tutto questo? Alti, perché basso è il senso di appartenenza ad una comunità. Il senso di rispetto per uno spazio comune che non lo si considera affatto degno di rispetto.

Ma poi gli stessi – lo ripetiamo perché fa benissimo ricordarlo – sono i primi a riversare sugli altri tutto il loro livore.

Andiamo avanti. Ti viene affidato un incarico, non lo porti a termine, la colpa è degli altri che non ti hanno capito ed apprezzato per quello che tu ritieni di valere e di essere.

Mai gli balena l’idea che magari il principio di corresponsabilità entra spesso in gioco in queste situazioni. Sì gli altri, ma io non potevo proprio fare di più e meglio?

Ho avuto un insuccesso professionale, sono sempre gli altri che l’hanno determinato, io non ho alcuna colpa.

La società va male? è perché gli altri si comportano male, io sono senza macchia, bianco candido come un giglio in fiore.

Non so voi, ma a me spesso mi vien quasi da sorridere. Da sorridere sulla condizione umana.

Sempre tesa a difendere i propri errori, anche quando indifendibili, per poi accusare gli altri di tutto.

Penso proprio che ci vorrebbe un sano mea culpa. Vi ricordate? Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Lo recitiamo sempre meno e sempre più siamo inguaiati in discussioni interminabili ed in accuse durissime verso gli altri.

Forse, riuscire ad accettare i propri difetti e limiti, ci aiuterebbe ad essere un po’ più clementi nel giudizio sugli altri.

Si può sorpassare anche questa volta un ridicolo piagnisteo!

 

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