DAI FIORI ALLA MISERIA – 6°parte

DAI FIORI ALLA MISERIA
Il declino del Sud, il declino dell’Italia, il declino dell’Europa, come, quando ma soprattutto perché

di Gianfranco Costantini

SESTA PARTE (prime cinque parti pubblicate sui numeri di marzo-luglio 2018 e leggibili su www.ilsorpassomts.com)

In questa sesta parte, compresa la duplice matrice del conflitto europeo, svelo la reale natura dei trattati dell’Unione e offro una chiave di lettura ignota al grande pubblico.
In Europa due conflitti si sovrappongono in un intreccio micidiale e perverso; le oligarchie legate al capitale globalizzato schiacciano le masse dei lavoratori, al contempo le nazioni più aggressive e coese, attaccano quelle più fragili. All’orizzonte si addensano nubi minacciose e la conflittualità travalica i confini continentali; l’attacco militare alla Libia e il neocolonialismo francese e inglese sono ormai la cronaca di una vera e propria guerra rapace anche contro l’Italia e i sui interessi petroliferi, intrapresa per arginare le perdite subite in vent’anni di competizione commerciale sfrenata, soprattutto all’interno dell’eurozona (55).


Per comprendere a pieno il motivo di questo disastro che ha riportato indietro le lancette dell’orologio della storia di un secolo, occorre insistere e comprendere a pieno la clamorosa affermazione della ideologia ordoliberista. Essa rappresenta il nocciolo duro della questione europea e condiziona più di ogni altro aspetto il nostro vivere quotidiano.
Già dagli anni Cinquanta, si può facilmente verificare che in Occidente si è attuata una lenta ma efficace restaurazione della ideologia politico-economica che ciclicamente provoca disparità sociale, miseria, guerre e distruzione, ovvero “l’ideologia liberale”, nella sua ultima e pericolosa degenerazione, “l’ordoliberismo” (56). Questa ideologia ottocentesca, da sempre a servizio delle aristocrazie finanziarie, si avvale di una nuova e più efficace strategia ovvero l’inserimento dei suoi principi nei trattati internazionali e nello specifico in quelli europei. Grazie all’uso strumentale delle istituzioni sovranazionali ha fortemente condizionato tutte le nazioni aderenti all’UE e con un abile disegno di vincoli e sanzioni ha disinnescato di fatto quasi tutte le costituzioni nazionali. Anche stati dotati di una Carta antiliberale, fondata su principi di economia di tipo keynesiano come l’Italia, sono stati catturati e vincolati. L’incompatibilità tra i trattati europei e la Costituzione della Repubblica Italiana non è sanabile: gli articoli fondamentali della Costituzione, in particolare 1, 3 e 4, definiscono il lavoro, come diritto fondamentale, in una maniera inequivocabile. Ne consegue che i principi fondamentali proiettano ogni azione della Repubblica verso la piena occupazione dei cittadini italiani. Al contrario, a partire dal trattato sull’Unione Europea del 1992, negli articoli 2 e 3 (Trattato di Maastricht) (57), fino ad arrivare al Dai fioriTrattato sull’Unione Europea, articolo 3 (Trattato di Lisbona) (58) si trovano enunciazioni opposte a quelle costituzionali italiane. A ben leggere, il lavoro è posto in una condizione di subalternità alla stabilità dei prezzi, alla concorrenza e alla forte competizione: se ne ricava quindi che il lavoro è un principio subordinato e qualsiasi livello di disoccupazione è tollerabile, purché consenta la “stabilità dei prezzi” che di fatto diventa il principio cardine dell’Unione.
Quindi possiamo dire che i principi fondamentali proiettano ogni sforzo dell’Unione Europea verso la stabilità dei prezzi, prima ancora che alla piena occupazione (59).
Cosa comporta questo cambio di paradigma giuridico? Principalmente lo spostamento dell’interesse generale dal lavoro alla rendita perché coloro che detengono grandi capitali si finanziano e sotto varie forme impiegano la ricchezza prestandola. La bassa inflazione ovvero la stabilità dei prezzi consente loro di riavere indietro i capitali, senza correre il rischio di vederli svalutati dal tempo.
Di contro, un debitore che non vede svalutare dal tempo il proprio debito sarà costretto a ripagarlo con il proprio lavoro, al costo di una fatica maggiore. Quindi si avvantaggia la rendita a scapito del lavoro. Perché dico questo? Perché oltre alla maggiore fatica nei rimborsi, c’è un aspetto che coinvolge praticamente tutti i lavoratori ed è il seguente: per mantenere una stabilità dei prezzi e per ottenere bassa inflazione strutturalmente non esistono altri strumenti oltre la disoccupazione (60). Quando c’è una massa di disoccupati che preme per entrare nel mondo del lavoro, facilmente le rivendicazioni salariali sono rigettate, quindi il potere d’acquisto complessivo diminuisce reprimendo i consumi, in ultima battuta si abbassa l’inflazione fino all’obiettivo prefissato. (61)
Il trionfo del capitale sul lavoro però si realizza con le liberalizzazioni dei capitali e del Mercato Comune Europeo (62). Chiunque avrà dubbi a riguardo e avrà la curiosità di leggere i trattati europei (dopo aver letto la Costituzione Italiana ovviamente), se non lo ha mai fatto, si troverà dinanzi a concetti altissimi accanto ad altri assurdi, che nulla aggiungono e anzi quasi tutto modificano, soprattutto nel nostro status giuridico-sociale.
Con un linguaggio criptico, i cittadini si trasformano in consumatori, il lavoro diventa merce e la competizione tra gli Stati sostituisce la cooperazione, in un crescendo disordinato e incomprensibile (63). Il conflitto tra il capitale e lavoro, secondo quanto scritto nelle norme, pende pericolosamente a favore dei primi. I trattati europei hanno reso il conflitto sociale ordinamentale, ovvero scritto nell’insieme di norme e regolamenti che disciplinano il funzionamento delle istituzioni europee, decretandone a tavolino il vincitore. Le oligarchie, grazie alla vincente strategia ordoliberista, per imporre la loro forza, obbligano i governi nazionali (di conseguenza i parlamenti e tutte le istituzioni democraticamente elette) ad agire nel loro interesse attraverso vincoli e sanzioni, svuotando di funzioni gli stessi Stati che si vedono dirigere da istituzioni, norme e regolamenti che ne invertono le funzioni costituzionali.

Note (per i link contenuti nelle note vi rimandiamo alla prossima pubblicazione su www.ilsorpassomts.com):
55 È palese l’intento di saccheggiare i contratti petroliferi dell’ENI
56 in inglese il termine “liberal” si traduce con liberale e no liberista, solo in Italia esiste questa doppia declinazione. Secondo Benedetto Croce, in estrema sintesi il liberista è colui che crede che l’egoismo crea sviluppo e benessere mentre il liberale è colui che crede che la libertà si può declinare in vari modi. A mio avviso il liberale non ha contezza in materia economica perché quando si trasferisce al mercato il concetto di libertà, esso produce le medesime storture auspicate dai liberisti ovvero un vantaggio a favore dei ceti possidenti e uno svantaggio nei confronti delle classi subalterne. Penso che se i liberali riflettessero su questi aspetti, la gran parte di loro probabilmente non si definirebbe più tale. Interessante il dibattito tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi.


57 Trattato di Maastricht
58 Trattato di Lisbona versione consolidata al marzo 2016
59 Mario Draghi a Prometeia 40 spiega benissimo che l’inflazione è l’obiettivo della Banca Centrale Europea, tutto il resto è importante ma secondario.
60 Qualsiasi livello di disoccupazione è tollerabile all’interno dell’eurozona purché si raggiunga la stabilità dei prezzi. È evidente soprattutto in questa fase storica perché nonostante ci siano tassi di disoccupazione a due cifre in tutti i paesi periferici, la BCE, che ha raggiunto l’obbiettivo dell’inflazione, sta ragionando su come e quando interrompere gli stimoli monetari all’economia.
61 Mario Draghi, in questa intervista li definisce “aggiustamenti“ un mix tra tagli di stipendi e disoccupazione.
62 Quando il capitale è lasciato libero di spostarsi ha sempre la possibilità di ricattare il lavoro. Questo avviene perché chi ha grandi capitali da investire cerca il miglior rendimento e ritiene legittimo accaparrarsi la maggiore ricchezza generata dall’aumento di produttività. La ricchezza distribuita in modo iniquo schiaccia salari e diritti, ma con la minaccia della delocalizzazione della produzione non si può far altro che accettare le peggiori condizioni.
63 Lezioni dalla crisi 7/12 – Giuliano Amato spiega come e perché l’Europa è arrivata al disastro economico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *