L’ Africa qui da noi. Storie di integrazione

L’ Africa qui da noi. Storie di integrazione

Intervista a Hamadow Sow. Carpientere navale in Senegal, mediatore culturale a Pescara

di Gianluca De Santis

 

Ho incontrato Hamadow Sow nel tardo pomeriggio di qualche giorno fa. L’ho conosciuto nel 2016 quando, da migrante giunto dal Senegal, attendeva gli esiti della valutazione del suo status di rifugiato. Da un anno e mezzo, dopo il riconoscimento dello status, è diventato mediatore culturale per la questura di Pescara e per una cooperativa che gestisce alcuni centri di accoglienza nella provincia di Pescara.

 

  1. Sei ora un mediatore culturale. Com’è il tuo lavoro?
  2. Il mediatore aiuta sia le organizzazioni e le istituzioni sia i migranti, perché bisogna tradurre non solo la lingua ma anche la cultura. Qualche giorno fa, ad esempio, in questura l’ispettore chiedeva ad un ragazzo di guardarlo negli occhi, ma il ragazzo non rispondeva al suo invito. Per tradizione, infatti, un ragazzo senegalese o maliano non guarda negli occhi il proprio interlocutore, soprattutto se è più grande di età: per rispetto abbassa la testa e non incrocia il suo sguardo. In Italia invece capita che questo atteggiamento venga visto come segno di mancanza di rispetto. Sono piccole cose ma importanti per capirsi.

 

  1. Che storie incontri nel tuo lavoro?
  2. In primo luogo i ragazzi mi parlano tanto delle loro famiglie, della guerra che hanno vissuto nel loro paese. Il Senegal, ad esempio, è considerato da tutti un paese in pace. Invece chi abita nel sud del Senegal vive quotidianamente problemi di guerra civile. Nella piccola regione di Casamance, ad esempio, sono diversi anni che si combatte: la popolazione è anglofona, ha tradizioni diverse, chi vive lì racconta di morti e disperazione. In Camerun, in Mali e in Guinea ci sono problemi tra le varie etnie, con azioni di oppressione di alcune su altre. I ragazzi della Guinea che vengono in Italia sono all’80% tutti dell’etnia Fula e fuggono dall’oppressione che subiscono dalle etnie dominanti. In Mali ci sono regioni in cui sono attivi diversi gruppi terroristi islamici che seminano terrore e morte. Fino al 2012 il Mali era un paese tranquillo fin quando non hanno trovato miniere d’oro. L’instabilità nell’area è iniziata proprio da quel momento con tante aziende europee che gestiscono l’estrazione del prezioso metallo e alcune etnie che hanno trovato la forza e l’opportunità di dominare le altre.

 

  1. Nei paesi dove non ci sono guerre, i motivi delle partenze sono tutte di natura economica?
  2. In Senegal tu puoi avere una ditta o lavorare come dipendente, ma il sistema economico funziona in larga parte con la tecnica del subappalto governato dalle imprese francesi. Chi lavora è la ditta locale con operai sottopagati, dopo che le commesse sono assegnate ad aziende che subappaltano ad altre. Il guadagno sta nel subappalto non nel lavoro. In Senegal i giovani sono diplomati, c’è un buon sistema di istruzione, ma i ragazzi non hanno lavoro e tanti che ce l’hanno non ricevono una paga sufficiente. Per cultura e tradizione un ragazzo, arrivato ai 25 anni, deve aiutare la famiglia. Se non riesce a farlo, perché disoccupato o sottopagato, deve andar via per trovare altre opportunità, perché per la cultura locale è una vergogna restare a casa senza poter sostenere la tua famiglia. Il giovane pensa subito all’Europa e, se riesce, anche verso altri paesi del mondo.

 

  1. Come mai hai deciso di venire in Europa?
  2. Io sono carpentiere navale, con un diploma, ed ho iniziato a fare anche l’università. Lavoravo in una ditta e stavo bene, ero autonomo. Con un amico avevamo anche preso un appartamento insieme. Il mio amico era omosessuale e questo in Senegal non è visto bene. Anche io ho avuto tanti problemi per questo, quando la sua condizione è stata scoperta. Lui è dovuto andare via e ora è in Canada, anche perché l’omosessualità in Senegal è un reato e si rischia la prigione. Per me all’inizio è stato difficile perché la mia famiglia mi ha creduto omosessuale, ma io non lo sono. Mio padre, che è un professore, imam locale, mi ha creduto, ma non mia madre e il resto della mia famiglia. È un grande dolore per me. Per la cultura locale l’omosessualità è da combattere: le persone considerate omosessuali vengono emarginate dalla società.

Appena ho guadagnato un po’ di soldi sono partito per l’Italia. Sono arrivato a Crotone il 21 giugno 2015 e lo stesso giorno mi hanno portato a Pescara. Sono oramai pescarese. Ho lasciato il mio lavoro, la mia città: tutto è cambiato nella mia vita. Penso a volte di tornare ma le condizioni sociali ed economiche non lo permettono.

 

  1. Tu cosa pensi dei percorsi di integrazione in Italia? Qual è la vita di un ragazzo ospitato in un centro di accoglienza?
  2. I ragazzi non vivono con piacere questa esperienza perché nei loro paesi erano impegnati, lavoravano, avevano amici. Ora soffrono anche perché non parlano bene la lingua e per impararla non è sufficiente andare a scuola: serve parlare con gli italiani nei luoghi di tutti i giorni, al lavoro come in altri ambiti. I ragazzi africani dei centri di accoglienza e degli SPRAR vanno a scuola, imparano anche le regole civili italiane, si impegnano, con interesse, nei corsi di formazione, ma alla fine dei conti stanno sempre tra di loro. Dobbiamo anche riuscire ad abbattere i pregiudizi che molti italiani hanno nei nostri confronti.

 

  1. Cosa possiamo fare per migliorare questa situazione?
  2. Servono incontri, feste, momenti di vita comune dove italiani e africani possano stare insieme. Noi abbiamo bisogno di parlare italiano e di lavorare: molti di noi sono bravi nelle attività di carpenteria, falegnameria, sartoria, alcuni anche in cucina. La più grande nostra difficoltà sta nel fatto che non ci sentiamo utili. Mi ha fatto molto piacere l’invito del Sorpasso a raccontare la mia esperienza. All’inizio della mia vita in Italia ho incontrato una comunità di cristiani (Focolari ndr) che mi ha fatto sentire come in famiglia. Non capivo l’italiano, loro venivano a condividere il loro tempo con noi, anche se siamo quasi tutti musulmani. Dobbiamo moltiplicare queste occasioni, per noi ragazzi è molto importante.

 

Ci lasciamo con Hamadow carichi di speranza, desiderosi di realizzare nel prossimo futuro una sorta di festa dei popoli “culinaria”: per tutti i popoli, gli abruzzesi come per i senegalesi, la tavola imbandita e condivisa è il segno della famiglia che si riunisce e che fa festa e può rendere visibile un pezzo di mondo unito.

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