A L B E R T O V E R R O C C H I O – Chi eravamo

ALBERTO VERROCCHIO

di Erminia Mantini

La stele che si eleva nella piazza di San Giovanni Bosco è dedicata ad Antonio Verrocchio,’Ntuniùcce, fondatore del popoloso rione che da lui prese il nome di Villa Verrocchio. Aveva ricostruito la sua casa vicino alla barriera ferroviaria lato mare e lì viveva con la giovane moglie Mariannina Marinelli, la quale perse la vita sotto un treno, per salvare quella dei suoi due figli Giuseppina di cinque anni e Alberto di tre. A memoria di quel tragico 21 agosto 1916, l’antico viale Nettuno si chiamerà via Marinelli. Alla giovane madre, insignita di medaglia d’argento per atti eroici, è intitolata anche la scuola elementare di via Vitello D’oro. Il piccolo Alberto, insieme alle due sorelle, Iolanda e Giuseppina, sarà condotto a Roma, dove il padre era militare e affidato alle cure dell’asilo della patria. Quando suo padre conobbe Rosa, vedova di una guardia svizzera, decise di convivere con lei; riprese con sé i figli e si trasferì a Villa Verrocchio. E Alberto finalmente sentì il calore di una famiglia, affezionandosi a quella nuova mamma che lo ricopriva di attenzioni e di tenerezze. Ma durò poco. Rosa era una straniera: un vero scandalo per l’etica patriarcale! E scelse di andar via, a Città Sant’Angelo. Qui, dopo qualche anno, fu raggiunta da Giuseppina e da Alberto e, con il suo lavoro di sarta, li fece studiare. Alberto a soli sedici anni conseguì il diploma magistrale e fu il più giovane maestro d’Italia: cominciò ad insegnare nel chietino, Villa Santa Maria, Rosello, San Salvo, contribuendo al mantenimento della mamma e della sorella. Poi gradualmente si riavvicinò a Pescara e a Montesilvano. Si riconciliò con il padre e con lui avviò una proficua attività imprenditoriale: cominciarono a tracciare strade e a realizzare tante case, lottizzando le proprietà ereditate dal capostipite ‘Ndunazze. La richiesta abitativa era alta, non solo per il mare, ma soprattutto per le esigenze delle tante famiglie che dall’entroterra si trasferivano sulla costa o per quanti rimpatriavano dall’estero: quel tratto di territorio tra la spiaggia e la Nazionale era particolarmente ambito. Alberto sapeva consigliare a ciascuno la soluzione più conveniente ed era notoriamente generoso nei confronti dei meno abbienti. Continuò l’attività imprenditoriale anche dopo la morte del padre, parallelamente all’insegnamento, perché era un maestro nato. La sua naturale empatia agevolava il rapporto con i piccoli studenti, dai quali riusciva a trarre il massimo delle personali risorse, scovando e valorizzando talenti. Per abitudine di vita, egli andava sempre al nocciolo delle cose, operava con tenacia e perseveranza, superando le difficoltà di percorso, fino a raggiungere l’obiettivo, piccolo o grande che fosse. Maestro competente ed esigente, pronto a lodare e a punire, ma anche a sostenere, indicando la via passo passo; con mazze e panelle educò anche la sua unica figlia Maria Anna Mimma, avuta dalla moglie Giuseppina Granchelli che aveva conosciuto a Civitella Casanova, durante lo sfollamento. Nel ’46, nel clima del grande referendum istituzionale, partecipò alle elezioni amministrative a Montesilvano, nelle file dello Scudo Crociato, impegnato in un’accesa lotta contro l’Aeroplano dei neo liberali e il Cavallo, retaggio del Partito d’Azione. Fu eletto sindaco Ettore Serafini di Montesilvano Colle e Alberto fece parte attiva dell’amministrazione, ricoprendo anche la carica di vicesindaco. Furono tante le opere realizzate: dal tracciato di viale Europa, alla costruzione della provinciale da Santa Filomena a Montesilvano Colle, all’esproprio dei terreni per le case popolari, alla realizzazione di acquedotti rurali nelle zone più periferiche. Con la solita tenacia, si adoperò in prima persona a far redigere un Piano Regolatore dall’architetto Graziosi, per favorire lo sviluppo ordinato e armonico della sua città.

Uomo generoso e operoso, era attento a tutte le situazioni di precarietà e di disagio, che con slancio e determinazione cercava di sanare. Fu così che dapprima offrì un garage a don Matteo Crocetta perché potesse celebrare per i fedeli della zona; ma subito dopo, insieme al padre Antonio, si attivò per dotare il rione che essi stessi avevano creato, di una vera chiesa. Donarono il sito: nel ’58 partirono i lavori su progetto dell’architetto Arrigo Rossi e cinque anni dopo Villa Verrocchio ebbe la chiesa di San Giovanni Bosco! Era uomo di fede e anche a Pescara, in via Alessandro Volta, donò gli appezzamenti di terreno su cui è stata edificata la chiesa del Beato Nunzio Sulprizio.

Nel ’60 ricevette dall’allora Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, la croce di Cavaliere, per aver contribuito alla ricostruzione postbellica e per la pianificazione e realizzazione di un tratto importante della nostra città.

Estroverso e solare, aveva tanti amici, con i quali trascorreva le ore libere, spesso attorno ad un tavolino, su cui schioccava le dita nell’amato gioco del tressette: era un vero campione, sostenuto da ottima memoria e sottili strategie. Talora giocava per tutta la nottata, perché di giorno c’era troppo da fare! Era anche un forte lettore: nella sua casa i libri erano dappertutto, letti, segnati e timbrati. Era diventato un vero bibliomane; acquistava libri ed enciclopedie in continuazione e, per alcuni testi di particolare valore, anche a rate. Ancora oggi se ne possono trovare sulle bancarelle, riconoscibili dal timbro personale! Molti testi riguardavano la salute e il mondo della medicina; nell’ascoltare i problemi del prossimo, si sentiva gratificato quando poteva contribuire a trovare la strada per vincere il male.

<<Ho sempre ammirato mio padre per il suo modo di fare. Innanzi tutto per la sua bravura di maestro: ha passato la vita a educare bambini. Li sapeva amare, forse perché ben conosceva la tristezza di un’infanzia negata. Soleva ripetere che “se c’era la stoffa, doveva venir fuori”. E poi perché era intraprendente, lungimirante, affidabile e instancabile. Non mollava mai, ancor più motivato e determinato davanti agli inevitabili ostacoli, proprio come una formica>>, racconta con fierezza la figliola Mimma.

Lungo viale Aldo Moro, dal fiorito rondò di fronte allo stabilimento balneare Sabbiadoro, ci si immette in via Marinelli che si distingue per il suo nome e per la sua storia da tutte le strade viciniori, denominate, invece, con nomi di regioni d’Italia e di città abruzzesi, da via Sardegna e via Lazio, a via Lanciano e via Chieti. La provenienza eterogenea degli abitanti che popolano quelle graziose case con giardino e le palazzine farebbe pensare a un rione senza identità. Si è diffuso e radicato, invece, un forte senso di appartenenza, senz’altro naturale per i discendenti delle famiglie Verrocchio, ma sentito e voluto da tutti gli altri, soprattutto dai giovani, che, aggregati in un’associazione, organizzano spesso eventi per ribadire fieramente: Nu sème di Villa Verrocchie!

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