Mai mi sarà concesso di non ricordare… di Roberta Gliubich

L’angolo della poesia a cura di Gennaro Passerini

In questo numero proporrò alla vostra attenzione una seconda poesia di Roberta Gliubich universitaria, laureanda in Scienze della formazione, presso l’Università dell’Aquila.

Di formazione classica, è sua intenzione conseguire anche una seconda laurea in Lettere e Filosofia, per raffinare culturalmente e stilisticamente l’amore per la poesia che coltiva dagli anni della sua adolescenza. Il testo che viene presentato, letto dal prof. Raffaele Simoncini, fa parte della raccolta “Il sé che tutto muove” di prossima pubblicazione.

Mai mi sarà concesso di non ricordare…

Quanto più nell’urbe evanescente sono

Lontana da te che ammanti il mondo umano,

Tanto più soffro la fievole trama che ci separa.

E il mio stato è un’alluvione in cerca di parole,

D’impossibile trovamento

Perché non di fantasia abbisogna l’essere assieme:

ma un lento movimento d’istanti,

un adesso eterno d’intensa compiutezza.

Mai mi sarà concesso di non ricordare

Quando eravamo insieme

Quando indivisibili e molteplici

Eravamo uno.

Mai mi sarà concesso d’alleviare il turbamento

Che gettasti su di me.

Oh inspiegabile contrasto!

Tu che mi creasti altro

Tu che volesti per dono o per diletto

Ch’io l’intuizione tua e il congiungimento

Conservassi.

In questa lieve, eterea poesia, c’è un tentativo di esprimere, con le parole della ratio, un sentito, arcano anelito metafisico verso quell’Uno-Tutto, che è tratto ricorrente della ricerca filosofica cristiana. La giovane poetessa, con espressioni evocative e con figure retoriche, essenziali per parafrasare l’indicibile, tenta di mostrare l’insanabile contrasto tra l’urbe evanescente e l’impossibile trovamento.

Le parole, alluvione di termini che mal si addicono a spiegare una intensa compiutezza, sono fantasie, elucubrazioni contorte, che non riescono ad alleviare il turbamento di chi è sul cammino di una unità mai venuta meno e profondamente ricordata e meditata. Queste tracce mnestiche di un eterno congiungimento abbisognano di un modo di essere rivelate, comunicate. E la parola non è ciò che occorre: semmai, forse solo una intuizione, un lento movimento di istanti, un adesso eterno, potrebbero far balenare quel congiungimento originario, in cui unità e molteplicità si manifestarono – si manifestano, in una creazione ex nihilo, a-temporale. L’impervio ostacolo, propriamente umano, di attingere l’infinito attraverso il finito, si affida alle fideistiche, trascendenti certezze del mistico: colui che, secondo Bergson, filosofo spiritualista del Novecento, per un attimo ha avuto una visione estatica del Sublime, poi, torna, nella pienezza della sua gioia, a parlarne tra gli uomini. Nella palingenesi del mistico si rinnova il miracolo di un contatto, di un inestimabile dono divino, di un inspiegabile contrasto e di ciò si avvertono profonde tracce nella secolare indagine cristiana sull’ incommensurabile alterità di divino e umano. Ecco perché il tessuto linguistico, nei garbati versi della giovane poetessa, rinvia a echi diffusi della meditazione cristiana: ad esempio, a splendide pagine dei drammi di Jacopone da Todi, all’inimitabile, eccelso “Cantico” di Francesco d’Assisi, alla meravigliosa, poetica descrizione dantesca del mistero della Trinità, alle intime “Confessioni” di Agostino, alla dottrina della “Summa” di Tommaso. E ciò non è di poco conto.

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