PANTALEONE E TONINO CAVUTI – Chi eravamo

PANTALEONE E TONINO CAVUTI

di Erminia Mantini

Una straordinaria foto degli anni Trenta, scattata dal municipio, ritrae l’ampia piazza antistante, occupata da una esercitazione dei Giovani Fascisti, e l’unico edificio fronte strada Vestina, eretto da Pantaleone Cavuti; tutt’intorno aree vuote e spontanea vegetazione. In quella casa fu posto il primo studio fotografico di Montesilvano e degli altri paesi limitrofi.

Con coraggio e spirito d’intraprendenza, all’età di 17 anni, Pantaleone abbandona la vita contadina di Miglianico, dove era nato nel 1894 e, con la valigia di cartone, raggiunge il fratello già emigrato a Filadelfia. Dopo la lunga navigazione da Napoli all’America, fu portato a Ellis Island, isolotto artificiale alla foce del fiume Hudson. L’antico arsenale militare era il punto d’ingresso degli immigrati aspiranti cittadini americani. Dovevano esibire i documenti, sottoporsi a numerose visite mediche, dimostrare la disponibilità di denaro, la professione, l’assenza di precedenti penali, l’eventuale riferimento a persone già presenti sul territorio. Superata la quarantena, Pantaleone ebbe il permesso di sbarcare, per immergersi nella variegata società del nuovo continente. Imparò a fare il sarto; poi ebbe la ventura di incontrare un fotografo francese. Incuriosito e attratto da quel mondo, lavorò per lui come ragazzo di bottega e gradualmente, favorito dall’indole creativa, s’impossessò delle tecniche e dell’arte fotografica. Iniziò a esercitare in proprio nel New Jersey e divenne presto famoso, perché trasformava i neri in mulatti! Aveva escogitato il sistema di schiarire la pelle agli emigrati, correggendo l’esposizione della foto in bianco e nero! Dopo la morte della sua fidanzata montesilvanese, conosciuta in Pennsylvania, sposò per procura la sorella di lei, Grazia Di Felice. Anche tanti montesilvanesi avevano abbandonato la terra dei loro padri per fare fortuna al di là dell’oceano. Poi, rientrati in patria, trasformavano il gruzzolo in casette col giardino, tanto che la zona tra via Chiarini e via Spaventa fu denominata quartiere americano. Nel ’25 decise anche lui di tornare in Italia a Montesilvano e l’anno seguente, dopo il blitz estivo che traslocò la sede municipale dal Colle alla Marina, acquistò dai Muzii un sito sulla Vestina, dove, appunto, edificò la sua casa e allestì lo studio fotografico, con sala di posa e laboratorio di stampa.

La fama di bravo ritrattista si diffuse rapidamente: a piedi, venivano da Città Sant’Angelo, da Silvi, da Spoltore, da Cappelle per mettersi in posa e riportare a casa una sola preziosa foto. Aveva affinato le sue competenze tecniche, dalle nozioni di chimica alla preparazione di emulsioni fotosensibili per negativi e stampa, e le coniugava con l’innata capacità di individuare i desideri e le caratteristiche del soggetto da ritrarre. Riusciva sempre a catturare quel momento magico che più degli altri sapeva raccontare all’osservatore il messaggio voluto: tutto in un singolo fotogramma! La preparazione, pertanto, era oltremodo laboriosa: il fondale, il set della luce, il vestiario, l’atteggiamento, le mani, lo sguardo…il tutto corretto e ricorretto. E finalmente lo scatto con la sua Kodak Folding, riportata dall’America e ora gelosamente custodita. Magari si rinunciava al necessario, ma si spendevano volentieri 500 o 1000 lire per uno scatto, perché una foto è per sempre! Non si facevano servizi esterni, si andava da Pantaleone per fermare l’emozione dell’evento: l’infante nudo seduto tra morbidi cuscini, la prima Comunione con le mani giunte e l’aspetto composto, la coppia di sposi giulivi, l’atteggiamento soddisfatto del proprietario accanto alla moto appena acquistata, il travestimento di carnevale, la famiglia patriarcale!

Era un uomo schivo, silenzioso, serio e affidabile. Passò attraverso l’orrore della guerra, la precarietà e il dolore dello sfollamento, la difficile ricostruzione. Educò all’arte fotografica i suoi cinque figli, fin da piccoli e, poiché il lavoro aumentava, intorno agli anni ’40, decise di aprire delle succursali: uno studio a Loreto affidato alla primogenita Margherita e un altro a Spoltore per Annamaria. L’unico figlio maschio, Antonio, lo aiutava nella sede di via Vestina. Già a quindici anni, Tonino, come lo chiamavano tutti, con la sua lambretta 125 e la macchina fotografica, andava al mare: dalla foce del Saline fino a Pescara, scattava foto ai bagnanti che lo richiedevano e il giorno seguente riportava l’attesa stampa. Negli anni Cinquanta, ventenne, diresse lo studio e iniziò a fornire servizi esterni completi. Il boom economico offriva agli italiani una stagione opulenta e Tonino lavorava a pieno ritmo, tanto che assunse cinque dipendenti, dal secondo fotografo, al ritoccatore, allo stampatore. Ormai il servizio fotografico era di gran moda: le famiglie più agiate e orgogliose di comporre l’album della loro storia, lo richiedevano anche per il funerale. Si fotografava non solo il morto sul letto, ma anche la bara in chiesa, il corteo di persone e di auto dietro il carro funebre e la lunga fila delle grandi corone!

Ma il servizio si ordinava anche per le fasi più importanti dei cantieri in costruzione, fino alla copertura del tetto con la bandiera sventolante; per i rilievi tecnici di un’area edificabile o agricola; per situazioni di controversia; per incidenti stradali o sul lavoro; mentre nello studio la richiesta di fototessere era altissima.

Negli anni Sessanta le macchine automatiche e le polaroid con pellicole autosviluppanti hanno rivoluzionato il mondo della fotografia, offrendo a ciascuno la possibilità di scattare foto sempre, dovunque e subito, senza alcuna perizia o preparazione tecnica. Le innovazioni tecnologiche si succedono rapidamente: dalla Kodak Instant degli anni ‘70 alla moderna Polaroid Swing dello smartphone!

Negli anni ‘80 Davide, uno dei quattro figli di Tonino, come tradizione voleva, comincia a lavorare col papà, ereditando tutti i segreti dell’arte fotografica di famiglia. Dopo aver fatto delle belle esperienze lavorative diverse, come cameraman, fotografo di scena per il teatro e reporter per Il Centro, viene richiamato dalla mole di lavoro nello studio paterno. Dal ‘96, dopo la morte del padre, Davide, con sistemi e metodologie diverse, prosegue il lavoro iniziato da quasi un secolo e sogna di poter valorizzare il patrimonio, preservato con amore, di 60.000 mila immagini che, articolate con sapienza, potrebbero raccontare la storia della nostra città.

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