Teodoro Ivano Calabrese: “Remare tutti nella direzione dello sviluppo”

 

Evitiamo la sindrome NIMBY”

di Simona Speziale

Abbiamo intervistato Ivano Teodoro Calabrese, dirigente di Confindustria Chieti-Pescara come responsabile Area Sviluppo di impresa e Programmi Strategici, rispetto al tema del dragaggio del porto di Ortona e relativo utilizzo delle sabbie emergenti. È chiaro l’avvertimento ad evitare posizioni tipiche da NIMBY (acronimo di not in my back yard, ovvero “non nel mio giardino”), quando si valutano gli impatti di attività che possono incrementare la possibilità di sviluppo dell’intera comunità abruzzese.

In riferimento alle sue conoscenze rispetto al tema del dragaggio del porto di Ortona, qual è la motivazione che spinge il Comune di Ortona a procedere al dragaggio?

Non posso rispondere per il Comune. Le competenze a decidere peraltro sono in capo anche a diversi organismi pubblici.

È però vero che i fondali attuali non consentono l’attracco di navi di grande pescaggio e quindi lo sviluppo commerciale del porto è fortemente limitato. Non dimentichiamo che si tratta di Porto di interesse nazionale, inserito nell’Autorità di Sistema Portuale di Ancona e che serve all’intero tessuto industriale abruzzese e dell’Italia centrale. In questa logica si sta attivamente lavorando alla creazione del corridoio transnazionale che dalla Spagna tramite Civitavecchia ed Ortona conduce ai paesi balcanici, creando condizioni di sviluppo dell’intermodalità secondo le indicazioni della Comunità europea e le richieste del tessuto economico. La Regione attraverso il Masterplan investirà decine di milioni di euro su Ortona, con fondate ragioni, legate alla sua potenzialità di crescita. Si attende anche la creazione della Zona Economica Speciale, che comprenderà tutte le aree portuali e retro portuali abruzzesi e molisane, con possibilità di nuovi investimenti produttivi ed agevolazioni amministrative e finanziarie.

Senza il dragaggio sarebbero tutte risorse sprecate ed occasioni perdute.

Come mai Ortona ha deciso di utilizzare il sito ABR01D posto nel tratto di costa tra Pescara e Città Sant’Angelo per immergere la metà dei sedimenti emergenti dal dragaggio del porto?

La domanda deve essere rivolta alle autorità locali.

Mi risulta però che il sito è stato indicato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, facente parte del Ministero dell’Ambiente, anche in base alle caratteristiche geofisiche del sedime e delle sabbie.

Se la soluzione individuata di immergere i sedimenti fosse l’unica percorribile, perché spostarsi 30 km verso nord e non immergerli a ridosso di Ortona?

Questa domanda sottintende una forte propensione al “Nimby”. Ritengo comunque che il motivo sia quello di voler rispettare le caratteristiche qualitative del fondale di destinazione, molto “simile” a quello di provenienza, e la sua capacità di accogliere le quantità previste di sabbia.

Come mai non si possono applicare i trattamenti che invece sono stati riservati ai fanghi pericolosi?

Semplicemente perché mi risulta che non si tratta di fanghi pericolosi, ma di sabbie marine, accuratamente esaminate e classificate dall’ARTA, e ritenute idonee al ricollocamento in mare; quello di Ortona è un porto in cui non ci sono foci di fiumi che possano apportare elementi inquinanti, come capita a Pescara. Lo specchio di mare di destinazione, peraltro molto al largo, non subirà impatti traumatici.

Non ritiene che passare attraverso la Valutazione di incidenza ambientale garantisca maggiormente le comunità interessate senza rischiare di bloccare l’esecuzione del dragaggio per sfiducia nell’operatore?

Più che una domanda questa è una opinione, che potrei anche condividere, ma è sicuro che si allungherebbero i tempi di realizzazione.

Io credo però che le comunità di tutto il territorio dovrebbero spingere sullo sviluppo del Porto, i cui benefici andrebbero anche a loro vantaggio. L’ampliamento del traffico navale ad Ortona aumenterà la competitività del tessuto industriale e dell’offerta turistica per tutta la Regione, (si pensi ad esempio al traffico croceristico) e le ricadute sarebbero tangibili anche per quelle località di mare e montagna, anche più distanti, che basano sul turismo la propria economia. È ora di remare tutti dalla stessa parte, superando sterili campanilismi e strumentalizzazioni politiche. L’Abruzzo ha già pagato prezzi altissimi al fenomeno Nimby, in termini di perdita di investimenti, mentre c’è bisogno di sviluppo e crescita dell’occupazione, sempre nel pieno rispetto delle regole di legge e della qualità dell’ambiente.

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