OLTRE LA RETORICA, OLTRE IL FALSO BUONISMO

 

di Vittorio Gervasi

Si può provare a ragionare su temi molto discussi sui media senza scadere nella facile retorica o nel buonismo spesso ipocrita? Io credo che sia possibile. Il tema immigrazione è uno di questi. Non c’è ambito della nostra vita che non sia toccato dai fenomeni migratori che attraversano in maniera imponente l’intera Italia. Prima considerazione non banale: se esiste un diritto ad emigrare esiste anche un diritto a non emigrare. Tradotto vuol dire che se emigro è perché cerco opportunità migliori rispetto a quelle che ho, perché cerco una vita migliore rispetto a quella da cui scappo. Ma il sogno di ogni uomo non è forse quello di non dover lasciare famiglia e amici, di non dover recidere legami forti e duraturi? Allora porre le condizioni per non emigrare dovrebbe essere un diritto universalmente riconosciuto e difeso da tutti, da tutte le organizzazioni umanitarie, al pari del diritto ad emigrare. Porre le condizioni perché un popolo non debba abbandonare la propria terra è un dovere primario, ma questo viene spesso dimenticato.

Altra considerazione che spezza la retorica: accoglienza e integrazione non sono sinonimi. Accogliere chi ha necessità è un dovere primario di ogni uomo. Ci definiamo famiglia umana proprio perché nessun uomo ci è estraneo, apparteniamo tutti alla stessa razza umana, siamo tutti membri di una stessa famiglia, siamo legati l’uno all’altro e tutto questo dà senso e pienezza alla vita umana. Ma superata la fase della prima accoglienza – che vede sempre il mondo cattolico in prima fila sopportando un carico di difficoltà rilevante – non dovrebbe esserci un progetto di vera integrazione per chi ha fatto un viaggio che altrimenti rischia di trasformarsi in un incubo

Bene, chi viene accolto, dovrebbe manifestare un dovere di riconoscenza verso chi gli ha offerto ospitalità e dovrebbe dimostrarlo rispettando le regole della “casa” che lo accoglie. Ed è proprio da qui che comincia ogni percorso di vera integrazione. Conoscere, rispettare e promuovere la cultura di un popolo che apre le braccia a chi arriva è il primo passo per inserirsi in una comunità. Rispettarne l’identità culturale e religiosa che ha dato forma e sostanza dalla cultura all’architettura di tutta la storia italiana nel corso di tanti secoli è un comportamento ineludibile per chi arriva.

E poi perché non chiedere reciprocità agli Stati da cui provengono i migranti? Proviamo a pensare alla libertà religiosa. Ogni uomo ha diritto di professare la propria fede ed ha il dovere di rispettare la fede degli altri ed ogni Stato dovrebbe comportarsi allo stesso modo. Ma sappiamo che spesso non è affatto così. Tutto questo mina la pacifica e serena convivenza, crea frizioni, crea spesso fenomeni di intolleranza.

Una profonda debolezza dell’Occidente contemporaneo risiede nel rinnegare la propria fede, la propria cultura per evitare di “infastidire” chi è accolto ed ha un credo completamente diverso dal nostro. È come se nascondessi l’album della mia famiglia quando viene un ospite a casa mia che magari famiglia non ha per evitare di infastidirlo. Una storia non si può nascondere. L’identità di un popolo non si può cancellare. Una fede universale non si può rinnegare. Abbiamo un patrimonio troppo bello per nasconderlo. Del resto la capacità di accogliere, diciamolo pure con chiarezza, ci viene da una forte e chiara tradizione ed esperienza cristiana che ci porta a considerare prossimo chiunque ci sta accanto nonostante parli una lingua molto diversa dalla mia.

Ma la spinta a tutto questo ci viene – e ci viene anche ricordata – da quel Vangelo che ci spinge alle opere concrete di carità piuttosto che ai bei ragionamenti! Si può nascondere un tesoro così grande? Non sarà invece il caso di trasmetterlo, anche a chi arriva, per spiegargli le ragioni delle nostre braccia aperte? E, perché no, invitarli a fare altrettanto.

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