Fuggo la città – L’angolo della poesia a cura di Gennaro Passerini

L’angolo della poesia

a cura di Gennaro Passerini

In questo numero proporrò alla vostra attenzione una giovane e promettente poetessa.

Roberta Gliubich è una studentessa universitaria, laureanda in Scienze della Formazione, presso l’Università dell’Aquila. Di formazione classica, è sua intenzione conseguire anche una seconda laurea in Lettere e Filosofia, per raffinare culturalmente e stilisticamente l’amore per la poesia che coltiva dagli anni della sua adolescenza. Il testo che viene presentato fa parte della raccolta Il sé che tutto muove, di prossima pubblicazione letto dal prof. Raffaele Simoncini.

Fuggo la città

Fuggo la città

Morta da voi pugnalata

Per farla tetra e stanca

Che riversa sangue come un fiume

Nel mar comune senz’occhi attraversato

E con orecchie in cera per non udir le sirene

Voce seduttrice di coscienza;

vivete bruti ed io per voi galleggio

per non aver ceduto il mio cappello

unico possesso?

E piovono bombe d’acqua

Nel vuoto

Graffiano stridenti missili di suono

Il nulla

Solo un tamburo percosso ode

il ritmo che batte

e s’innalza, s’intreccia, s’interra,

s’interna

ed io piango il silenzio in folle mantenuto

e gli occhi ciechi

e le menti assenti

e l’alme vostre volate altrove

La giovane poetessa, con sensibilità e con un linguaggio non privo di una qualche originalità – una ricerca in fieri, piuttosto che un codice pienamente posseduto – descrive i tratti dominanti del nostro essere uomini e donne dell’altrove: esseri dalla vita spersonalizzante nelle nostre città. Appunto, la città: l’emblema del progresso, della civiltà, della partecipazione democratica alla vita pubblica si è trasformato in una morte della coscienza, remota e vagante in una mitica dimensione del passato. Vivendo con orecchi in cera, ci priviamo della eco interiore di riferimenti essenziali. Una dimensione omologante e alienante annega nel mar comune senz’occhi attraversato, nel naufragio senza speranza di salvezza. La stanchezza morale si dispiega nel nulla e nel vuoto, solo artificiosamente e ingannevolmente celati da stridenti missili di suono. Il frenetico ritmo dello Zeitgeist, lo spirito del tempo, è l’immergersi nella più totale indifferenza verso metaforiche bombe d’acqua: in coscienze assopite, ogni novità, anche clamorosa, attraente, viene consumata e dimenticata in un istante. È scomparsa del tutto quella metafisica, leopardiana tensione dell’uomo verso la profondissima quiete, il magico, infinito silenzio. La poetessa, in tal modo, individuando la scomparsa dell’humanitas nella dimensione della città, propone al lettore una scelta obbligata. Che fare? Fuggire sarebbe una soluzione ovvia, troppo ovvia: immersi fisicamente e psichicamente nella città, ci porteremmo dietro, nostro malgrado, i segni indelebili di una originaria violenza. Fuggo la città, dunque, è ben altro: la forza di far riemergere uno spiraglio di coscienza, il senso di una lotta impari contro il tempo onnivoro del correre, del fare, del dare e dell’avere. La metafora del cappello unico possesso è la nostra ipotetica ricchezza, la nostra essenziale àncora di salvezza, al cospetto di terrificanti occhi ciechi e menti assenti.

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